L’affetto degli altri

Pubblicato il 18 ottobre 2012 da • Ultima revisione: 7 agosto 2014

videogioco-jill-of-the-jungle

Nella campagna PEGI a cui sto partecipando, in merito alla regolamentazione dei videogiochi, avevo avuto l’idea di parlare di cose divertenti: per esempio volevo riesumare tutti i vecchi videogiochi degli Anni 80-90, e farmi due risate. Se penso che giocavo a Frogg, o a Snake, o Bubbles, o Space Invaders… a un sacco di giochi con una grafica pixellosa che oggi mi fa sorridere.

Ma poi ho cambiato idea, e ho iniziato a cancellare tutto, e avevo bisogno di raccontare altre parole. Parole che hanno un senso ‘umano’, nella mia felicità, nella mia esistenza.

Mi ricordo un videogioco bellissimo che io e Cristina, mia sorella, facevamo in due: forse ai tempi non c’era nemmeno il mouse, e si faceva tutto da tastiera, quindi una stava dal lato delle frecce, l’altra schiacciava il tab e i tasti F, e così in due arrivavamo fino alla fine del percorso. Si chiamava Jill of the jungle, ed era la storia di una donna avventurosa che doveva attraversare una foresta, tanti pericoli, saltare su rocce e alberi, arrampicarsi fino al cielo…

E poi ci sono stati i Sims, nei mesi lunghissimi della gravidanza di Dafne: avevo inventato tutta la famiglia Novati, Dafne compresa, e almeno in quel modo passavo il tempo, che sembrava non passare proprio mai. Nove mesi lunghissimi a stare da sola in casa… mai provata una noia così. E anche se adesso sono stanca in modo imbarazzante, e una settimana di letto la farei volentieri, non tornerei più indietro a quel periodo.

Però, insomma: i videogiochi hanno fatto parte della mia vita, in alcuni periodi, ma non ne sono mai stata schiava. Non al punto di perdere gli amici, o il lavoro, o la testa. Eppure conosco persone a cui è successo. Persone adulte, intendo.

Forse dei videogiochi non mi è mai piaciuta la solitudine. Con Jill of the jungle mi divertivo proprio perché era diventato un rituale collettivo, tra me e mia sorella, e allora aveva un senso anche per stare insieme.

Ed è questo a cui pensavo ieri notte, tanto che poi mi sono alzata dal letto, tirandomi fuori dalla coperta calda e mettendomi al PC con la camicia da notte viola e con un freddolino antipatico. Ma sentivo l’esigenza di scrivere, di scriverlo. Sentivo l’esigenza di cambiare tutto il mio post, la mia idea originaria, per dire che i videogiochi mi sono sempre piaciuti tanto e che un giorno vorrei tornare ad avere il lusso di poter dedicare loro del tempo che oggi non ho.

Ma principalmente il lusso, nella mia vita, è stata l’amicizia. Conoscere le persone, la Rete che mi ha aiutata ad incontrarle. Chiacchierare di cavolate su FB con le amiche, proprio come ieri sera, come appunto dicevo. Chiacchierare e ridere come adolescenti e farci battute. E condividere la vita, e gli affetti, e forse anche – ognuna – la propria solitudine.

Anche se a volte rintanarsi in un mondo virtuale può essere terapeutico, e rilassante.
Ma mai quanto incontrarsi – in Rete e nella vita – con le tue amiche care, e ridere insieme, e premere F5 solo per aggiornare i commenti, stavolta, invece che per far correre Jill of the jungle, perché davvero, con tutto il cuore, ti interessa l’affetto degli altri. L’affetto che puoi dare, e quello che ricevi.

Link: Pegi, classificazione videogiochi.



Commenti

9 Commenti per “L’affetto degli altri”
  1. C’è una cosa che condivido pienamente con te dei videogiochi mi fa paura la solitudine …… L’ amicizia , l’amore , gli affetti quelli sono valori assoluti. Un abbraccio!!!

  2. d’accordissimo, 1000 volte meglio l’amicizia (reale e/o virtuale) di un videogioco! ciao

  3. angela

    A me personalmente non piacciono i videogiochi, mi annoiano, ma ho due figli adolescenti che a fasi alterne ci giocano. Con il bel tempo poco o niente in inverno un pò di più, ma non è vero che i videogiochi sono sinonimo di solitudine, loro ci giocano in due e spesso con amici che invitano a casa per i compiti, per la merenda e poi per giocare. Inoltre molti giochi sono on line e li possono fare con amici che stanno a casa loro, e mentre giocano parlano del più e del meno. Mio figlio ha migliorato anche l’inglese parlando in chat con ragazzi inglesi.
    Ci sono i pro e contro e soprattutto la moderazione.

  4. Io e Luca andavamo in salagiochi il sabato sera mentre altri andavano a ballare 😛
    Ho giocato da piccola con l’atari..cn le console della sega…mio cugino in casa aveva il cassone con space inveders e mi intrippavo a giocare….ma nn mi sono mai isolata manco io! Forse i videogiochi per un po’ hanno isolato luca…per fortuna poi si è redento!
    Anche io gravidanza quado ero a riposo giocavo, ma ancora a puzzle bubble P

  5. io li adoro i tuoi post,sanno sempre di te

  6. Temo di essermi laatcsio fraintendere. Con la frase “strumenti concettuali ormai inadeguati” non intendevo riferirmi al “cartaceo” o al “sociale” bensec alla concezione che privilegia il carattere dialogico nella relazione faccia a faccia come luogo deputato alla trasmissione di significato, perche9 non riconosce le potenzialite0 dei cosiddetti media, i quali consentono invece di affrancarsi dalla semplice esperienza quotidiana dell’immediato.Tu scrivi il mondo umano e8 quello dell’esperienza , io propongo invece di contrassegnare il mondo umano come un mondo impalpabile, e in questo senso virtuale, di significati, presupposto per un’ontologia sociale.Come hai detto bene la prima forma di mediazione e8 il linguaggio, non riducibile al mondo stesso aggiungerei (usando le tue parole e tenendo in mente l’esperimento mentale della traduzione radicale di Quine), grazie al quale e8 possibile individuare una profonda alterite0 tra realte0 e rappresentazione. Un processo analogo e8 quello che fa di questa pietra un fermacarte e di un ramo un bastone.Searle definisce questi processi “attribuzione di funzioni” mediante i quali assegniamo alle semplici ‘cose’ un’ulteriore status secondo la formula “X sta per Y nel contesto C”.Cosec, tornando all’esempio del Presidente degli Stati Uniti, egli e8 un uomo (X) al quale in occasione delle elezioni presidenziali americane (contesto C) viene assegnato il ruolo e il potere di presidente (Y).Attraverso il linguaggio imponiamo forme e simboli, εἶδος che si sovrappongono ai meri dati ma non possono ridursi ad essi. Se dunque e8 l’alterite0 cif2 che caratterizza questo processo, perche9 non dovrebbe coincidere con l’alterite0 d’essere del mondo virtuale cosec come l’hai definito?Quindi, volendo riassumere la mia argomentazione con uno slogan, potrei ribadire che se non tutto cif2 che e8 virtuale implica la cosiddetta ontologia sociale, tutto cif2 che rimanda a tale ontologia e8, necessariamente, virtuale. Bada bene, uso la parola “significato” nella sua accezione culturale – e quindi sociale, connessa al tema dell’io e del suo “proporsi” all’interno dei “giuochi” della propria cultura; utilizzare i media (libri, internet, film) per spaziare oltre i confini della propria comunite0 non ha niente a che vedere con la negazione della realte0.

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