L’amore per i figli grandi si misura in lavatrici

Pubblicato il 10 Settembre 2018 da

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Esattamente 5 anni fa, in questo giorno, mia figlia iniziava la prima elementare. Oggi inizia la prima media. Essere mamma di una figlia quasi adolescente è bellissimo, più di quanto avrei mai immaginato. Non facile, ma bellissimo.

Sapete qual è la differenza tra un genitore di figli piccoli e un genitore di figli grandi? Quanti passi indietro devi iniziare a fare.
Adesso noi camminiamo qualche passo indietro a lei, perché ha iniziato a vivere la SUA vita. Non c’è più bisogno che stiamo fianco a fianco mano nella mano.

Ma se pensate che questo significhi che come genitori avete svolto il vostro lavoro, state commettendo l’errore più grosso.

Non ho mai visto mia figlia avere più bisogno di noi come adesso.

Adesso che non ne ha più bisogno materiale, ha assolutamente più bisogno di noi: della nostra presenza, del nostro tempo (TUTTO! più di prima!), del nostro ascolto.

Siamo diventati genitori a chiamata.
Se lei lo chiede, noi dobbiamo mollare tutto e fermarci per lei, con lei, dirigere su di lei la nostra attenzione ed esserci.

Quando era piccola potevo chiederle di aspettare un attimo: quando lavoravo, se dovevo finire di inviare un’email o di stendere il bucato.
I bambini piccoli hanno la capacità di attendere: sanno che il tempo non è ancora così urgente, sanno che noi ci saremo.

I figli grandi non posso aspettarci. Se hanno bisogno, ne hanno bisogno qui e ora, adesso e subito.
Non gli puoi dire di aspettare un attimo, perché quell’attimo loro non ce l’hanno, hanno altro per la testa, sono grandi, vogliono tutto e lo vogliono immediatamente.

Voi mi direte che è sbagliato assecondare queste richieste, ma io insisto a dire che invece è giusto così. Che è così che si trasforma il nostro ruolo di genitori, se vogliamo essere onesti con noi stessi e renderci conto che adesso siamo solo un contorno, ma la nostra presenza non è comunque accessoria.

Io me lo ricordo. Mi ricordo l’urgenza, mi ricordo il fuoco che avevo dentro, mi ricordo che non esistevano sfumature, che avevo degli ideali prepotenti ed avrei asfaltato chiunque si frapponesse tra me e il mio destino. E dico: meno male. Meno male che ho asfaltato tutto e tutti – all’occorrenza, pur senza perdere i miei valori -, perché il mondo vuole che i giovani diventino conformisti, e questo è decisamente contro la loro natura.

I ragazzi hanno bisogno della libertà di diventare se stessi, e allo stesso tempo hanno la più viva necessità di essere trattenuti, di essere immersi nelle regole e nei valori della famiglia, di continuare ad essere importanti per i propri genitori.

Importanti come figli e come persone, e non come trofei da esibire.

Molti amici di mia figlia sono soli. Dannatamente soli. Desolatamente.
Girano per strada da soli, vanno e tornano da casa: i genitori troppo impegnati nelle proprie cose, nelle loro attività.

E io la vivo come un’ingiustizia di cui non si rendono nemmeno conto.
La vivo come un’ingiustizia personale, perché è troppo presto, non è ancora il momento, è solo una dannata giustificazione che i genitori si danno per poter sistemare la propria vita e andare avanti con i propri sogni.

Non ho mai creduto nel sacrificio, non sono una sostenitrice di chi dice che per i figli ci si debba sacrificare.
Ma ho imparato a sacrificare non già me stessa o il mio lavoro, quanto il mio tempo: ho imparato a sacrificare il mio tempo per lei, a mettere da parte i miei problemi e le mie urgenze, le mie rivalse, le mie attività.

Ho imparato a camminare sul filo con il mio lavoro: interrompermi sul più bello o non avere spazio e tempo per finire il mio lavoro, relegarmi a lavorare di notte o in orari improponibili – perché quando mia figlia mi vuole, ho capito che devo esserci.

E a volte devo esserci anche quando non vuole: quando si chiude in camera incavolata, quando vive le prime delusioni dagli amici, quando è così preoccupata da voler stare solo in silenzio.

Non chiedetemi come si può fare: è una di quelle cose che ti trovi a fare anche se non la puoi fare, se il tempo non ce l’hai, se dall’altra parte i clienti ti ricordano le scadenze e sei sempre con l’acqua alla gola.
È una di quelle doti che i genitori acquisiscono: fare l’impossibile, senza nemmeno chiedersi come e quando farlo – lo fanno e basta.

E in tutto questo, non possiamo nemmeno ricevere in cambio la gloria.
Perché il nostro ruolo adesso non è prendersi i meriti, ma stare dietro le quinte. Uscire di scena, diventare invisibili, defilarci e contare tanti passi indietro, uno alla volta, talvolta piano e talvolta rapidamente.

Non ci resta che dimostrare l’amore facendo lavatrici. Lavare ai figli tutti i vestiti, in modo che siano pronti per il primo giorno di prima media.
Preparare il panino per la merenda, riempire la dispensa, organizzare la cartella, il portapenne, il beauty.
Non perché non lo sappiano fare, ma perché hanno bisogno di sapere che ci siamo ancora, e che – se vogliono – possono restare i nostri figli per sempre.

Le più grandi lezioni di vita? Le ho ricevute da mia figlia. Quando mi ha messa di fronte – inconsapevolmente – ai miei limiti, chiedendomi di superarli. Quando mi ha obbligata a prendere coscienza dei miei errori e rimediarvi.

– Tu mamma cosa fai per gestire l’ansia? Io organizzo tutto -, mi ha detto ieri.

E anche io. Cerco di organizzare ciò che non può essere organizzato. Cerco di preoccuparmi per tutto preventivamente: quando avrà sete o avrà fame, quando perderà gli occhiali, quando resterà delusa, quando prenderà un bel voto e un brutto voto, quando conoscerà i professori e imparerà a prendere appunti.

Noi genitori cerchiamo di organizzare la vita, perché la vita è una terribile e meravigliosa incognita, e se non cerchiamo di controllare l’incontrollabile non riusciamo a dormire la notte, continuando a chiederci se i nostri figli domani torneranno a casa sani e salvi, se sono capaci di attraversare la strada, se incontreranno una persona che li ami, se troveranno la propria strada senza perdersi.

E allora guardo la lavatrice, che segue esattamente il suo programma di lavaggio, e apro il cestello dopo la centrifuga, per stendere tutto sullo stendino.

E so che lì c’è il mio amore, nelle cose che faccio per lei senza parlare, restando in attesa che lei mi chiami, pronta a mollare la mia stessa vita, per essere presente.



Commenti

11 Commenti per “L’amore per i figli grandi si misura in lavatrici”
  1. Molti amici di mia figlia sono soli. Dannatamente soli. Desolatamente.
    Girano per strada da soli, vanno e tornano da casa: i genitori troppo impegnati nelle proprie cose, nelle loro attività.

    Grazie per le tue parole. Perché alcuni compagni di mio figlio (5° elementare) già dallo scorso anno girano, vanno e vengono da soli e mi trovo a pensare che sono io quella strana, paranoica e iperprotettiva perché penso che sia troppo presto per dargli le chiavi di casa, una pacca sulla spalla e dirgli “ok, vai pure”.
    Ecco, anche a me sembrano ragazzini abbandonati a se stessi (anche perché non sempre il motivo è il lavoro) e mi fa tanta tristezza.

    • Mamma Felice (Mappano) - Ariete

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      Guru
      Mamma di Dafne (16 anni)

      Anche qui, già dalla quinta elementare. E girano spesso con ragazzi più grandi. Alcuni fumano.
      È troppo presto, troppo!

      Adesso il difficile è capire quando dare le chiavi di casa, quando mollare la presa: l’autorizzazione per tornare a casa da sola l’ho firmata. Ma a patto che si facciano le cose piano piano, e solo quando la vedremo NOI pronta. Capisco che il suo punto di vista è diverso dal mio, che ha voglia di emanciparsi, ma noi siamo ancora i genitori, dobbiamo ancora proteggerli – anche da se stessi.

  2. Mary

    …io ho “solo” cambiato orario di lavoro per avere i suoi stessi orari di scuola!!!

    SOSTENIAMOCI IN QUESTI ANNI DIFFICILI…perché sono un po’ dei terremoti eh in questo periodo ?!?!
    Grazie per le tue riflessioni sempre molto, molto apprezzate dalla sottoscritta!

    Mary

  3. Susanna 72

    Ho letto più volte quello che hai scritto, cercando coglierne l’esatto significato…ma c’era sempre qualcosa che non mi tornava. Siamo sicuri di non creare, o contribuire a creare, dei despoti cui tutto è dovuto e non solo, appena lo chiedono o peggio lo pretendono? E le mie necessità? Sono in secondo piano sempre e chiunque? Lo scopo di ogni genitore è lasciare andare, ogni giorno di più, lasciare che i nostri figli facciano le loro esperienze, cadano ma poi abbiamo la forza di rialzarsi…altrimenti altro che bamboccioni. Non so….le pretese del tutto e subito, dell”io sono al centro del mondo, sempre e comunque” le ho riscontrate nei figli unici, finora ho sempre constatato che è come fossero una sedia a tre gambe, un po’ fuori sincrono…e ho indovinato in molti casi prima che me lo dicessero…avere a disposizione i genitori in maniera esclusiva porta un po’ a dare per scontato il diritto di ottenere tutto senza tener conto di chi circonda.
    Io sono passata dal non voler figli ad averne fatti due, dopo aver incontrato la persona giusta. Il maggiore ha la stessa età di Dafne, la minore è in IV elementare…18 mesi di differenza…non avrei mai voluto averne solo uno…per fortuna è andata così, a mio parere ho arricchito la vita del maggiore con una sorella, non l’ho privato dell’atttenzione esclusiva di noi genitori, di cui avrebbe goduto restando figlio unico, anzi! Ha potuto imparare le basi del confronto coi suoi pari (e non solo) vivendo semplicemente in famiglia, è fiero di essere un fratello maggiore, gode quando insegna qualcosa alla sorellina. Certo, in certi momenti anche lui vorrebbe avere “tutto e subito”, ma oggettivamente non sempre è possibile.
    Mio marito ed io siamo liberi professionisti, lavoriamo entrambi a tempo pieno e abbiamo dovuto far frequentare l’asilo nido ad entrambi a partire dai 6 mesi d’età, per la scuola c’è il tempo pieno…io non ho più i miei genitori e i miei suoceri abitano a 60km da noi. Non abbiamo avuto scelta. Non credo di aver fatto mancare niente ai miei figli, in termini di tempo di qualità..stanno venendo su con sempre maggiori competenze, e fieri di averle, come mi confermano insegnanti, altri genitori, parenti. Frustrazioni ne hanno avute e ne avranno ancora, chi non le ha? Bisogna impararle a gestire e io vedo che questa capacità manca a molti loro amichetti…
    Forse ho divagato, chiedo venia! Un mega abbraccio!

    • Mamma Felice (Mappano) - Ariete

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      Guru
      Mamma di Dafne (16 anni)

      Ciao Susanna, è tutto interessantissimo e merita una discussione approfondita.

      Il rischio dei figli despota c’è sempre, non solo per i figli unici: è chiaro che bisogna mantenere un equilibrio molto delicato, ma anche con autorevolezza.
      Per quanto mi riguarda, la richiesta del ‘ti voglio adesso’ non è mai stata dittatoriale, e in effetti mai esplicita: mia figlia comprende benissimo quando non posso davvero esserci e non ha mai fatto storie. Sono io che mi accorgo che lei è in un momento delicato della crescita e ha bisogno di noi, anche se spesso lei sembra credere di non averne.
      Non so se mi riesco a spiegare: sono io che vedo in lei il bisogno, non è lei che lo chiede sempre esplicitamente.

      In ogni caso non accetterei mai che mia figlia diventasse prepotente con noi, né con altri. Aveva questa tendenza con mia mamma perché come nonna era davvero troppo permissiva e troppo tappetino, e io e Nex l’abbiamo immediatamente rimessa al suo posto, spiegandole fermamente che non le era permesso essere rude con la nonna o pretendere da lei di essere a disposizione totale.

      Sulle frustrazioni mi trovi perfettamente d’accordo: la frustrazione (e il fallimento) sono delle risorse preziose per i bambini (e per gli adulti). Abbiamo sempre permesso a nostra figlia di fallire, di sbagliare, e poi di rimediare ai suoi errori, accogliendo la sua frustrazione, ma mai impedendole di viverla. Chiaro che come tutti i genitori vorrei che mia figlia soffrisse il meno possibile, ma il mio ruolo non è spianarle la vita, ma piuttosto accoglierla nel momento in cui si troverà in difficoltà e dovrà affrontare il dolore.

      Sui figli unici invece non sono d’accordo: io ho una sorella e ci siamo ritrovate solo adesso. Da piccole eravamo sempre in tensione, ci picchiavamo, ci facevamo i dispetti. Ci siamo fatte tante ingiustizie. Forse perché i miei non erano attenti e non riuscivano ad aiutarci a gestire meglio questo rapporto, non lo so.
      In ogni caso io sono sempre stata madre di figli unici. Non ho mai desiderato un secondo figlio, e non l’ho fatto nemmeno per fare compagnia a Dafne: era una mia scelta e non mi sono fatta influenzare. Perché io sono così, io ho energie limitate, a me piace curare mia figlia e seguirla, mi piace darle le opportunità al 100% e sapevo già che con un secondo figlio non avrei potuto.

      Devo dirti però che Dafne non ne ha risentito. Ha capito le mie motivazioni, non è mai stata sola, è diventata la ‘sorella maggiore’ di una ragazzina alle elementari, una bimba che aveva davvero bisogno di lei, e confido che troverà la sua famiglia allargata negli amici, esattamente come ho fatto io in questi ultimi dieci anni. Prima di ritrovare mia sorella ero anche io completamente sola, e sono state le mie amiche a supportarmi, ad aiutarmi, a consigliarmi… e oggi so che, se avessi un problema, avrei almeno 30 sorelle in giro per l’Italia e per il Mondo pronte ad accogliermi, e non mi sento sola.

      Anche noi siamo liberi professionisti, entrambi, e lo abbiamo scelto proprio per poter stare con Dafne di più, per poter decidere i nostri ritmi. Dafne ha frequentato il nido: finché siamo rimasti a Bologna eravamo completamente da soli, (io non potevo nemmeno parlare con la mia famiglia, perché finché c’è stato mio padre il rapporto era talmente malato che abbiamo dovuto allontanarci), e so bene quanta fatica ci va a crescere un figlio piccolo da solo e contemporaneamente lavorare e lanciare una nuova attività.
      Da 6 anni siamo tornati a casa, dopo la morte di mio padre, e adesso la nostra vita è decisamente più facile e io sono davvero grata per questo, e mi rendo conto di essere una privilegiata: ho mia mamma che è una madre e una nonna superlativa, mia sorella che è una sorella e una zia straordinaria, generosa e gentile, e ho persino i miei suoceri. Ho una gran fortuna e ne sono consapevole, quindi non posso che esprimerti la mia stima per ciò che riuscite a fare da soli con due figli e due lavori, perché è una fatica immensa.

      Alla fine, credo, cerchiamo di fare tutti del nostro meglio. A volte ci riesco, molte volte no. Ma cerco di imparare dagli errori e cerco di non farmi trascinare dalla corrente, ma di ragionare, cambiare, darmi da fare.
      Questa riflessione stamattina mi ha fatto veramente bene e ti ringrazio, perché è sempre un dono poter ragionare sulle proprie opinioni, rimettersi in gioco e capire anche l’altrui punto di vista!

      Un bacione.

  4. fla

    bellissima riflessione

  5. ITmom

    Ho riesumato ITmom per partecipare a questa bella riflessione, mi sembra di essere tornata indietro di dieci anni quando sui blog ci si confrontava e ci si arricchiva di esperienze e condivisioni tra mamme, e non c’erano solo foto in posa su instagram…

    Molto interessante la riflessione di Susanna72 e anche la tua risposta.

    I miei figli sono un po’ più grandi, 13 e 17, e ho da poco vissuto quello che stai raccontando, veramente lo sto ancora vivendo: la crescita, la conquista dell’autonomia di muoversi per la città, e allo stesso modo ho assistito a molti genitori che ‘lasciano andare’ troppo presto, secondo me almeno.

    Anche io non sono d’accordo sul caricarli già a 10 anni del fardello di essere grandi e imparare ad arrangiarsi, vagare per la città in gruppetti e fare esperienze (e a milano ne ho viste di tutti i colori, alcol e altro a 13/14 anni, e mi sono anche sentita rispondere al mio stupore: ‘be’ sono esperienze che prima o poi fanno tutti’), poi per fortuna ho deciso di crescerli altrove, perché certe esperienze se le fai a 20 anni forse è meglio che a 13, e se non le fai affatto ancora meglio….

    Ho sempre pensato che noi genitori quando i figli crescono dobbiamo imparare a fare un passo, poi due e poi mille indietro, come appunto dici tu, Barbara, ma in questi anni di crescita, dobbiamo esserci senza esserci, dobbiamo ‘accompagnarli’ ai vari impegni e non ‘portarli’ come dei pacchi, accompagnarli per condividere emozioni, timori e paure e mostrare loro come e con che strumenti affrontarle. Ci dobbiamo essere, insomma, mentalmente innanzitutto e non perché siamo loro schiavi, ma perché se non lo facciamo noi non lo può fare nessun altro.

    In quanto a frustrazioni, Susanna72, hai pienamente ragione, per molti genitori è difficilissimo accettare il fatto che crescere significa che si sentiranno delusi, a volte, frustrati, altre, ma in questo modo aggiusteranno il tiro e impareranno a destreggiarsi senza troppa arroganza, nella vita.

    Anche io, come voi ho fatto molte ‘modifiche’ al mio stile di vita perché non avevo nonni vicini e vivevo a milano, città che per tirare su i figli è quanto di più ostico ci possa essere e allo stesso tempo cercavo di tenere insieme un po’ tutto: mille sbagli, soprattutto lavorativamente, ma sono d’accordo con te, Barbara, più crescono più hanno bisogno di noi.

    Non fraintendetemi, non voglio tenerli con me per sempre, desidero che se ne vadano una volta cresciuti e siano autonomi senza genitori e soprattutto senza madri ingombranti, però l’adolescenza è un’età delicata, e piena di insicurezze e ricerca di conferme: per loro sapere che a casa c’è sempre qualcuno disposto a dare un parere, una battuta, una ‘sgridata’ se è il caso, fa comunque sentire che c’è un luogo che è un punto fermo, da cui prima o poi ci si dovrà allontanare, è ovvio, sarebbe patologico il contrario ma finché sono in crescita, il punto fermo devono averlo per la loro salute mentale.

    Mi piace sempre molto la metafora del tiro alla fune di Alberto Pellai che spiega in non so quale dei suoi libri che in adolescenza i genitori si devono mettere a giocare al tiro alla fune con i figli, se dall’altra parte il genitore molla, il figlio cade, se tira troppo, il figlio fa quello che vuole il genitore e obbedisce e basta… se invece più il figlio tira la fune e più noi cerchiamo di tenerla in tensione il figlio sta in piedi, allenandosi in questo modo a vivere. Per me è questo che significa fare i genitori di figli adolescenti, tenere la fune tesa per far loro sentire la nostra presenza e soprattutto far loro sentire che a noi interessa molto di loro. Non è facile, non sempre, ma paga in fatto di sicurezza in se stessi e fiducia nel prossimo.

    • Mamma Felice (Mappano) - Ariete

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      Guru
      Mamma di Dafne (16 anni)

      Intanto grazie per essere qui: è stupendo per me poter chiacchierare di nuovo con te!

      Tu scrivi:

      dobbiamo esserci senza esserci, dobbiamo ‘accompagnarli’ ai vari impegni e non ‘portarli’ come dei pacchi, accompagnarli per condividere emozioni, timori e paure e mostrare loro come e con che strumenti affrontarle

      ed è proprio questo che cerco di fare, imparo a fare, in un equilibrismo assolutamente precario, in cui io stessa sono obiettivo dell’apprendimento e non insegnante.

      Forse ci metto dentro troppo il mio vissuto personale: io provo immensa vergogna per come mi sono comportata alle medie con i compagni e con i professori. Ero sballata, non nel senso fisico, ma ero mentalmente disturbata: ero anoressica, stavo male, soffrivo, avevo paura, in casa erano solo botte o tensione continua… e io non sapevo amare.
      Oggi, a 43 anni, mi vergogno perché mi rendo conto di aver fatto soffrire molte persone, di avere ignorato, di essere stata presuntuosa e distante, di essere stata così tanto incasinata, da non riuscire a dare alcun contributo al mio mondo di allora.

      Forse è il mio vissuto che parla, o il vissuto dei miei ragazzini di allora, quando facevo l’animatrice e cercavo di tirarli fuori dal mi stesso abisso.
      O forse parlano le mie sensazioni di questi mesi, quando vedevo i compagni di mia figlia in strada da soli, a fumare sigarette a 10 anni, a fare cavolate in giro con ragazzi grandi…
      E il mio senso di colpa per non aver cambiato la vita di nessuno di questi ragazzi è immenso, anche se razionalmente so che probabilmente non potevo fare granché.

      Vorrei solo risparmiare a mia figlia una precoce autodistruzione.

      Io dico sempre che fa davvero la differenza aspettare un attimo. La classica frase che i ragazzi dicono a noi quando gli chiediamo qualcosa in casa (Aspetta un attimo!), dovremmo rigirarla a loro: aspetta un attimo! Perché fa un’enorme differenza iniziare a fumare a 10 o a 15 anni, fare sesso a 13 o a 16 anni, iniziare a bere a 11 o a 18 anni.

      Voglio che mia figlia si diverta, faccia i suoi errori e ne risponda personalmente, ma vorrei solo che potesse capire che c’è ancora tempo, che 10 anni sono troppo pochi per prendere certe decisioni, e che si può crescere più lentamente di quanto ho fatto io. Senza negarsi esperienze e frustrazioni, ma solo affrontando ogni cosa nel momento giusto.

  6. Valentina

    Per la prima volta mi sono sentita a disagio dopo un tuo post. Perchè hai ragione e perchè in questo periodo sono la mamma che lascia soli i figli. La mia storia la conosci, tutta. Sto nuovamente affrontando un periodo buio, prima delle ferie, a metà luglio, la mia collega di ufficio, con la quale lavoro da 20 anni, si è ammalata di tumore. Fra l’altro un tipo aggressivo che l’ha costretta ad operarsi subito e a sottoporsi a cure molto invalidanti. Da quel momento la sto sostituendo, sto lavorando tipo 12 ore al giorno. Stiamo cercando una sostituta ma sono necessarie delle competenze specifiche e per adesso non l’abbiamo trovata. Non bastasse la mia azienda non passa un buon periodo e stiamo facendo tutta una serie di riunioni per capirne le sorti, fra malumori, litigi, tensione che si taglia con il coltello. I miei ragazzi sono saltati da un campo estivo ad un altro e poi, per farli un pò dormire, da diverse settimane la mattina stanno soli. Il pomeriggio, arrivano le nonne ma la mattina sono sempre soli. Non sono cose che fai a cuor leggero e ti senti in colpa ma adesso, io e mio marito, non riusciamo a fare diversamente. L’ottimo è poter modulare il tuo lavoro alle loro esigenze ma non sempre è possibile. L’ottimo è passare con loro tanto tempo ma spesso capita che arrivo sfinita alle otto di sera, preparo cena e l’unica cosa che desidero è andare a dormire. Certo, si sono sentiti soli, si sono annoiati, hanno avuto paura e anche io, con il cellulare sempre sottomano per una loro possibile chiamata. Non solo: non riesco a controllare quello che fanno come prima che ero aggiornata sulle conversazione whatsapp e sui siti che visitavano. Ma che devo fare? Mi hanno vista piangere, arresa. Ho pensato che avrei dovuto fingere serenità ma dal 2016 ad oggi non siamo riusciti a riacchiapparla, quella serenità. Anche se, come dici tu, uno la felicità ce l’ha dentro ma in questi momenti te la senti rosicchiare piano piano. Scusate la lungaggine e forse qualche discorso sconclusionato.

    • Mamma Felice (Mappano) - Ariete

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      Guru
      Mamma di Dafne (16 anni)

      Beh, un attimo: ci sono situazioni contingenti in cui nessun essere umano, nemmeno con tutta la buona volontà, può fare i miracoli.
      Non puoi fare altrimenti!
      Adesso pensa a te, rimettiti in sesto ed esci da questo momento buio: dopo avrai tutto il tempo di tornare a dare tempo anche ai figli! Se c’è una cosa che sappiamo, è che i figli sanno aspettare, e che sanno comprendere, e che sanno aiutare.
      Prenditi cura di te!

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