Mamma Felice

Mamme, non siete al centro della vita dei figli

Pubblicato il 25 settembre 2017 da • Ultima revisione: 25 settembre 2017

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La prima volta che ho percepito una stonatura nella maternità è stata quando facevo la babysitter e la mamma del bimbo che guardavo, tornando a casa, mi chiedeva:
– Ma ha pianto almeno un pochino perché io non c’ero?

Studiando e leggendo il Metodo Montessori, ho amato molto il concetto di fiducia nelle capacità del bambino: i bambini sono competenti, possiedono le risorse per fare da soli, e anche per affrontare i problemi della vita (rapportati alla loro età). Ci saranno bambini che piangono per andare all’asilo, ma ci saranno bambini che non piangono: questo non è un segnale di poco amore verso i genitori, ma il segno della fiducia. Il bambino è forte, fiducioso, ha autostima sufficiente, si sente amato e sa che i genitori torneranno a prenderlo.

Con il passare del tempo, ho visto tante care amiche cadere nel baratro della maternità e scambiare l’attachment parenting per una prigione personale:
– Vuole solo me, non vuole stare con nessun altro;
– Non vuole stare nemmeno con suo padre;
– Mangia solo se ci sono io;
– Di notte sta tutto il tempo attaccato al seno e non riesco a dormire.

Ma l’attachment parenting non è questo: è un progetto innanzi tutto condiviso con il proprio compagno o compagna, in cui il bonding (attaccamento iniziale dopo il parto), il babywearing (portare i bambini in fascia o marsupio) e il dormire nella stessa stanza sono sempre rivolti a entrambi i genitori, in modo che il bambino possa godere di un doppio legame con i genitori fisico, oltre che emotivo.

Escludere i padri dall’attaccamento è dannoso per tutti: per il bambino, a cui togliamo un’importante legame affettivo iniziale; per il padre, a cui togliamo la cura del neonato impedendogli quindi di accoglierlo e comprenderlo da subito; per la mamma, che alla fine si trova spossata e privata di se stessa.

– Di notte mio figlio si addormenta solo se mi tocca i capelli o mi mette la mano sul seno;
– Non posso alzarmi nemmeno per andare in bagno, altrimenti si sveglia. Spesso devo portarlo in bagno con me.

Questo non è attaccamento parentale: è una prigione. È un bambino a cui non abbiamo insegnato a rispettare il nostro corpo, il nostro spazio e il nostro tempo.
E in letteratura non esiste nessun caso documentato di bambino morto o traumatizzato a vita perché la madre va in bagno da sola o pretende di dormire qualche ora di seguito senza essere toccata, manipolata o usata come doudou.

Possiamo vivere la genitorialità tenendo fermi tre punti essenziali:

  1. il rispetto per noi stesse, le nostre esigenze e i nostri spazi;
  2. la genitorialità condivisa fin dal primo giorno, con i genitori intercambiabili;
  3. trattare il bambino come persona degna di fiducia, in grado di comprendere gli spazi dei genitori e accettarli.

Tra i 7 principi di attachment parenting di William Sears, c’è il Balance and boundaries: imparare a dire di sì e anche di no ai bambini, senza confondere l’attachment parenting con l’assenza di regole per la vita. Le regole e la disciplina sono comunque importanti per lo sviluppo sereno di ogni individuo – purché non sfocino nell’autoritarismo: come in tutte le cose, occorre equilibrio.

Questo attiene più al rispetto per se stesse: ricordarsi di essere persone, prima che madri, e di aver diritto alla propria vita, al proprio spazio, a respirare, a essere felici con se stesse. 

Tutto questo si ottiene molto semplicemente ricordandosi che la mamma non è il centro della famiglia, né della vita del bambino. La mamma non è quella che deve organizzare la vita di tutti, gestire la casa da sola, i figli da sola. Anche se spesso le piace, è lei che lo ha voluto, è lei ad aver messo in condizione gli altri (compagno, nonni, parenti, amici) di stare lontani dal proprio figlio
– Perché lui vuole stare solo con me. 

Non è la madre al centro della famiglia, ma i genitori insieme.

E le madri non dovrebbero pretendere di poter dare tutto, in ogni momento, sempre.
Non dovrebbero trasformarsi in piovre per fare tutto contemporaneamente.

Non solo perché non è giusto per sé, ma anche per i figli: il centro della vita di un figlio è egli stesso, non la madre.

I bambini non dovrebbero pensare che la loro vita ruoti intorno a quella della loro madre: devono imparare ad essere autonomi, fiduciosi, resilienti. Insinuarsi nel centro della loro vita è come spostarli da proprio baricentro: prima o poi cadranno e si faranno male.

Se davvero amiamo i nostri figli, dobbiamo cogliere la differenza tra alto contatto e ossessione.
Accudire non è sostituirsi ai figli.
Accudire è stare un passo indietro a loro, per sostenerli, incoraggiarli, vederli crescere.



Commenti

6 Commenti per “Mamme, non siete al centro della vita dei figli”
  1. Rosanna


    Bellissimo post brava!!!!
    Io sono mamma di una ragazzina di 12 anni con la quale siamo in conflitto perenne ormai
    E un bimbo di sei mesi emmezzo…..è sottilissima la linea di confine tra l’annullarsi per la famiglia per poi rendersi che è come dici tu e allora tiri il freno e ti siedi e respiri semplicemente respiri……
    Grazie per il tuo blog

    • Mamma Felice (Mappano) - Ariete
      Mamma Felice
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      Mamma di Dafne (10 anni)

      E davvero una linea molto molto sottile… da giovani sembra di poter far tutto e si ha l’istinto naturale di proteggere il proprio neonato da tutto e da tutti. Poi piano piano si comprende che l’aiuto degli altri non è solo indispensabile, ma è proprio bello!

  2. IsaQ

    Come ben sai, la gestione della maternità è un argomento di confronto spinoso da affrontare con amiche e conoscenti.Spesso si pensa di non poter essere capite.Io ho per molto tempo gestito le giornate dei bimbi da sola, organizzando il nido/materna ora per il grande anche l’elementare, le attività ludico-ricreative.Mio marito va via presto e torna tardi.Ora mi sta dando una mano nell’accompagnamento di entrambi, permettendomi di andare direttamente a lavoro.Lui si è reso conto di quanto ciò lo aiuti a vivere + intensamente i bimbi e quanto la preparazione/accompagnamento del mattino sia faticoso per un genitore (sempre in balia del pericolo del capriccio di turno).Tolto questo, ho sempre ingerito nella gestione dei bimbi le nonne ancor prima di ritornare a lavoro dopo la maternità.Li ho inseririti a nuoto a sei mesi per farli interagire con persone estranee al nucleo famigliare.Penso che la chiave di tutto sia mostrare ai nostri figli che ci fidiamo delle persone a cui li affidiamo:nonne, insegnanti del nido, baby sitter.come dici tu, il concetto di fiducia è ciò che ci permetterà di andare a lavoro tranquilli e lasciare loro tranquilli.Io e mio marito non abbiamo mai creduto di essere imprescindibile nelle loro giornate in ogni istante. Soprattutto mio marito che spesso si assenta per gg x lavoro. la frase che i bimbi conoscono alla perfezione è MAMMA/PAPA’ (a seconda di chi manca) TORNA SEMPRE

    • Mamma Felice (Mappano) - Ariete
      Mamma Felice
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      Mamma di Dafne (10 anni)

      Dafne ci ha sempre chiamati i ‘mammaepapà’ perché abbiamo avuto al fortuna di perdere il lavoro proprio quando era piccola, quindi eravamo a casa insieme… io dico fortuna, perché è da lì che abbiamo iniziato Mammafelice e grazie al cielo!

  3. Maia

    La situazione che tu descrivi la vivo “dall’esterno”. Io vorrei che mia figlia fosse più indipendente, ma mi scontro con un ambiente dove, al contrario, ci si aspetta che faccia tutto io.
    Perché mai non dovrei tenerla sempre io? Non lavoro, cosa dovrei mai fare se non la madre?
    Certo, ho una situazione particolare – nonne che se ne fregano, nessun altro parente e, non ci crederete mai, NON TROVO UNA BABYSITTER LIBERA – ma intorno a me tutti pensano che sia ovvio e normale che la bambina stia solo con me (che poi non è vero, sta benissimo e parecchio anche col papà). Ristrettezza mentale? Scuse? Mi sono sentita dire da mia madre, come risposta ad una richiesta di aiuto, “eh no, è troppo piccola, per ora ha bisogno solo della mamma”

    • Mamma Felice (Mappano) - Ariete
      Mamma Felice
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      Mamma di Dafne (10 anni)

      Ecco, questo è davvero pesante e mi dispiace, perché c’è una pressione sociale che è davvero prepotente in questi casi. Secondo me è il classico sminuire chi sta in casa: Ma tanto stai a casa e che devi fare?
      Io ho lavorato da casa per i primi tre anni di Dafne e nonostante appunto lavorassi, il fatto che ero in casa era comunque visto come un: massì, tanto ti guardi la figlia, ti fai le lavatrici… HAI TEMPO, TU.
      Ma se il tempo lo uso per quello, quando lavoro?

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