Non togliamoci il tempo di soffrire

Pubblicato il 7 Settembre 2020 da • Ultima revisione: 7 Settembre 2020

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Nei giorni scorsi, parlando di linee guida per il ritorno dei bimbi a scuola, una delle obiezioni più quotate era:
– Ma quindi devo tenere a casa mio figlio anche se ha solo un po’ di raffreddore?

Al di là della risposta ovvia (sì), c’è una riflessione a monte, che vorrei fare con voi, che definirei quasi sociologica: stiamo crescendo i nostri figli in un mondo che non accetta la malattia, e questo non va bene.

Non c’è più il tempo di stare male.
Quante volte noi stessi prendiamo la tachipirina preventiva, dicendoci che ‘non possiamo permetterci di stare male‘?

Io l’ho detto e l’ho fatto un milione di volte, in passato. Ero convinta di agire bene: sempre sul pezzo, sempre vincente, sempre a disposizione.
Mai dire di no a nulla, non mostrare mai stanchezza. Pronti a scattare!

Poi mi sono ammalata. È iniziata piano: non riuscivo più a usare le mani.
Se svitavo il tappo della bottiglia, mi cadeva sempre in terra: Eh, ma fai attenzione!
Al mattino mi svegliavo con le mani addormentate, un formicolio a guanto: Eh, guarda che scema, di notte probabilmente dormo in posizioni strane!
Poi non riuscivo più a parlare bene: Ma che ridere, mi si è ingrossata la lingua! Sto impazzendo?
Poi non riuscivo più ad alzarmi dal letto: Certo che sono proprio stanca, è meglio che prendo il magnesio. 

Quando sono iniziati i sintomi neurologici, mi sono decisa a trattare i miei disturbi come il sintomo di una malattia vera, unica: non ricordavo più le parole di uso comune, certi giorni non vedevo bene, certi giorni non andavo dritta mentre camminavo.

Ci ho messo un anno e mezzo per ricevere la mia diagnosi (malattia autoimmune irreversibile che mi ha colpito l’ipofisi): nessuno mi credeva. Spesso, quando sei malato, sei considerato pigro: perché non ti tiri un po’ su?

Mi sono fatta umiliare da dottoresse di 20 anni, in tirocinio: Eh ma signora, ma lei deve dimagrire! Vedrà che poi starà meglio. Mi sembra stressata: perché non va dallo psicologo? 

Improvvisamente non servivo più. Non potevo andare da nessuna parte, partecipare agli eventi, essere allegra, essere operativa. 

Un’amica un giorno mi ha detto: Eh, non ti invito più, perché tanto non vieni mai.
Solo due giorni fa mi è arrivato questo messaggio: Oh, ma fatti vedere! Sei uscita dal sottovuoto? 

In quel primo periodo dopo la diagnosi lottavo contro me stessa per essere quella di prima: volevo stare di nuovo sul pezzo, farmi vedere super attiva.
Se giravo un video, dovevo interrompermi ogni mezzora per sdraiarmi sul divano in ufficio (ma tanto con il montaggio non si vedeva, no?).
Se dovevo scrivere un post, lo dettavo dal letto con una trascrizione vocale.

Poi, un giorno, mi sono lasciata sopraffare dalla stanchezza. Mi sono detta che andava bene così, che quella era ‘la nuova me’ e che avrei trovato il modo di fare bene anche con meno tempo a disposizione. 

E tutto è andato meglio. 

Ci sono giorni che non posso alzarmi dal letto e mi va bene.
Ci sono giorni in cui tutto mi è faticoso e mi va bene.

Lascio che quella fatica mi prenda tutta e che si consumi, senza consumarmi dentro. 
Resto nel letto, mi riposo, leggo libri, ascolto video. Imparo. Mi faccio venire nuove idee.

Sono diventata lenta. 
Non scrivo più 10 post al giorno, ma ne scrivo uno fatto bene. Non prendo più lavori che abbiano scadenze fisse, ma scelgo clienti che capiscono che i miei tempi sono differenti.

Beh, ci credete che oggi lavoro meglio di prima?
Non lavoro più a cottimo, ma a progetti. Non ho più intermediari, adesso. Parlo con la mia voce, uso le mie idee, ci metto il tempo che ci vuole.
Guadagno meno? In realtà non proprio, perché avendo un tempo limitato, le mie ore costano di più.
Poi io onestamente faccio una vita frugale: non mi serve granché.

Io non sono la mia malattia, ma non sono nemmeno disposta a vivere come se la mia malattia non esistesse. 
Fa parte di me, di ciò che sono e di ciò che posso fare.

È un limite? Certo, lo è per alcune cose, ma spesso è come se lo fosse più per gli altri: le persone ‘malate’ fanno paura, perché va a finire che ti chiedono favori, cure, tempo… sono richiedenti in modo che è meglio starci lontani, non si sa mai.

Durante il lockdown ho visto gli sceriffi da balcone scatenarsi: controllavano le passeggiate all’aperto, i maledettissimi runner, quante volte veniva portato giù il cane a far pipì. Nel mi paese, su FB, c’era chi chiedeva I NOMI dei malati: Fateci i nomi! Noi dobbiamo sapere chi sono!

E così le persone che si sono ammalate, e alcune sono morte, non lo erano ufficialmente per Covid: No, no, è stato un infarto. No, era malato da tempo.
Non sia mai che, raccontando la verità, si venisse trattati come untori: le persone erano pronte a scansarti e a chiamare i carabinieri al minimo starnuto.

Non si può star male, insomma.

Basta vedere la retorica (cattolica, sorry) dei malati di cancro: sono dei guerrieri, combattono la guerra, sono dei lottatori.
C’è persino chi dice che, se muori di cancro, non hai lottato abbastanza. In fondo si sa che per sconfiggere il cancro basta avere una buona predisposizione mentale, no?

Stare male è da perdenti. La malattia è una colpa. 
Sei malato, quindi pesi sulla società. 
NOI PAGHIAMO LE TASSE PER TE! (pure io le pago: per chi le sto pagando?)
Sei malato, non lavori: Eh ma quello è un fannullone! Si mette in mutua perché non ha voglia di lavorare. Tutti gli insegnanti adesso si metteranno in mutua, vedrai!

Un conto è piangersi addosso e non trovare una soluzione creativa, che ci permetta di vivere una vita felice e piena anche convivendo con una malattia. Un conto è fingere che questa malattia non faccia parte di noi. 

Io non amo le lagne. Non amo chi fa del dolore la sua unica ragione di vita: chi parla solo di quello, continuamente, come se non avesse altri argomenti. Chi è incapace di provare gioia per la felicità altrui: quanti commenti sgradevoli leggo, certe volte, sotto gli annunci di gravidanza! Come se – non provando quella gioia – si sentisse il bisogno di toglierla anche agli altri.

Io sono profondamente felice per chi è sano.
Non ho bisogno che tutti siano malati, per rispettare me stessa. Perché io sono molto altro, oltre la mia malattia. 

Ho sentito di persone che vanno al lavoro malate, che la sera stessa del funerale della propria madre tornano in ufficio per un’urgenza.
Che vestono i bambini per portarli in auto dai nonni alle 6 del mattino, perché non sanno dove lasciarli quando sono ammalati.
Di altri che li portano comunque al nido, con la tachipirina, trasparenti in faccia e mezzi addormentati, perché non sanno a chi lasciarli.

Una società che non permette a un bambino malato di stare a casa al caldo, a farsi curare da chi lo ama, è una società malata nel profondo.

E vi dico: prendetevi il tempo per stare male.
Prendetevi il tempo del lutto, della perdita, fisica o mentale: quando perdete chi amate, ma anche quando perdete un pezzo di voi. 

Prendetevi il tempo di guarire. Di curare la vostra mente. 
Non affidate la vostra serenità a 30 gocce di xanax, ma curatevi nel profondo, dentro l’anima.

Lasciate che il dolore vi scaldi, prima di trasformarlo in una bolla incandescente di dolore, sempre più piccola e sempre più compatta, dentro di voi.

Dal dolore si guarisce.
Ve lo giuro.



Commenti

15 Commenti per “Non togliamoci il tempo di soffrire”
  1. Giulia

    bellissimo post che condivido in pieno e che andrebbe rivolto soprattutto ai datori di lavoro…

  2. Quante volte sono andata a scuola mezzo malata per non lasciare le colleghe nel caos!

  3. Valentina

    Ciao amica. E’ sempre impressionante come le nostre vite si somiglino e ci succedano le stesse cose nello stesso periodo. Come due gemelle, separate alla nascita, che da lontano si mandano segnali, sensazioni, emozioni, cambiamento, crescita.
    Anche per me è un periodo di sofferenza, fisica e psichica. Per quella psichica, oltre a farmi aiutare da alcuni farmaci che sto variando nel tempo per potermene, prima o poi, liberare, mi sto facendo aiutare da una psicologa. E’ vero, io chiedo risposte, lei mi lascia domande, sempre più profonde, a volte taglienti, alle quali spesso so darmi risposta da sola. Per la sofferenza fisica anche io ho smesso di fare l’eroina dei due mondi, quando sono stanca vado a letto e lascio i panni da stirare, la casa sporca, delego a Paolo, ai ragazzi, a chiunque e mi fermo. Non l’ho mai fatto prima, se ripenso alle volte che ho lavorato con la febbre, con notti in bianco, che mi sono ridotta a fare tardi, sfinita, per finire quella faccenda domestica. Mai più. Quante volte ho portato i ragazzi a scuola mezzi malati, fingendo di non vedere che non stavano in piedi. Mai più. La tachipirina preventiva. Quante volte. Io non ho potuto nemmeno vivere il lutto di mia figlia Letizia. Dovevo tornare subito attiva, produttiva, dimenticare, ne avevo altri due, non potevo farmi vedere distrutta, dimentica Vale, dimentica, passaci sopra, non ci pensare. Lo sto vivendo adesso con la psy, dopo 4 anni, ferita su ferita, graffio su graffio, i mesi a casa da sola a guardarmi le mutande, il terrore di quella notte, tutto quel sangue, la mia bambina che lottava senza di me, che non l’ho neppure accompagnata nell’ultimo viaggio. Il Covid mi ha insegnato che un esserino di pochi micron può fermare tutto. Può farti morire. Non che della morte abbia paura ma mi dispiacerebbe non essermi goduta anche un solo secondo con la mia famiglia, per cosa poi. Mai più.


    • immagine livello
      Professoressa

      Sento tutto quello che dici, tutto.
      Anche a me la psy sta aiutando moltissimo e veramente ringrazio me stessa per aver avuto la forza di scoperchiare il dolore. Farmi travolgere, per darmi le risposte.
      La vita ci chiede di cambiare, lo dobbiamo fare.

  4. Meg

    Prima di tutto in bocca al lupo per la tua malattia, ovviamente in questi casi si augura sempre la guarigione, ma se non fosse così ti auguro con tutto il cuore di conviverci nel miglior modo possibile…le cose brutte della vita ci possono peggiorare o migliorare, sta a noi deciderlo: in ogni caso è faticoso e difficilissimo, quindi tanto vale tribolare per il miglior risultato ottenibile nel contesto! Riguardo al post, io veramente sono un pò perplessa. Da una parte considero positivo il fatto di non lasciarsi abbattere dai problemi e dalle malattie e andare nonostante tutto avanti con la propria vita (è bello e sempre utile essere forti e affrontare le situazioni con coraggio), dall’altra parte credo che sia nocivo e controproducente non fermarsi mai nella corsa forsennata a cui ci costringe la vita che facciamo oggi…forse il problema è che si è spostata troppo in alto l’asticella che ci segnala il momento dello STOP per noi adulti e purtroppo anche per i piccoli! Io ricordo con tenerezza e nostalgia le mie malattie infantili, le mani fresche e callose della mia mamma che solo sfiorandomi la fronte capivano la gravità della febbre, il buon odore di aria fresca che aveva papà quando la sera tornava dal lavoro e si sedeva sul mio letto per raccontarmi una storia, il dottore che chiamato la mattina appena faceva giorno passava a visitarmi a casa prima di andare in studio…questi ricordi mitigano quelli brutti della malattia vera e propria, quindi credo che in qualche modo facciano tuttora in modo di farmi affrontare i guai in un certo modo. Ecco, secondo me i nostri figli non avranno questo bagaglio (o almeno lo avranno in minima parte) e se questo sarà un bene o un male non lo so: non sono una di quelle che “Ai miei tempi era meglio” perche’ per un sacco di cose ai miei tempi non era meglio manco per niente, cioè era meglio per noi ai nostri tempi ma i nostri figli vivono in un mondo e in un modo completamente diverso che per di più cambia di continuo, come si fa a stabilire un punto fermo?

  5. Meg

    La mia maestra delle elementari quando cadevamo (perché 40/50 anni fa anche durante l’intervallo a scuola ci facevamo male sul serio, ma era normale andare sempre in giro coi bernoccoli in testa, le croste sulle ginocchia e lividi ovunque!) ci tirava su, ci puliva alla meglio le ferite e poi ci faceva fare un gioco: ci faceva respirare, respiri sempre più lunghi e più profondi, e poi ci diceva di concentrarci tanto e di immaginare che il dolore non fosse più tutto nel punto dove ci eravamo sbucciati ma si allargasse tutto dentro il nostro corpo, dappertutto, fino a diventare così traboccante da uscire tutto da ogni buchetto come il fumo esce dal un comignolo, e alla fine quando ci chiedeva “E’ passato il male?” incredibile ma vero, il male era passato davvero! Non mi vergogno di dire che ancora oggi quando mi capita una rogna risento la voce della mia cara maestra e applico ancora il suo metodo…adesso purtroppo non sempre funziona, anzi quasi sempre il male rimane lì, però almeno per cinque minuti riesco a concentrarmi su qualcos’altro!


    • immagine livello
      Professoressa

      Questo mi ricorda tantissimo la Montessori e le sue derivazioni, in particolare il barattolo della calma e il disegno della rabbia!
      Ma che bella cosa. Anche io faccio più o meno così: visualizzo il dolore/rabbia e lo contengo, facendolo diventare piccolo finché non occupa più l’intero spazio del mio cuore.

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