Disturbo del linguaggio: pro e contro per l’ingresso al nido e alla materna

Pubblicato il 4 dicembre 2018 da

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Il disturbo del linguaggio è uno dei sintomi più diffusi in età evolutiva e può ricondurre a situazioni cliniche molto diverse tra loro.

Mamma Logopedista, la specialista che scrive di disturbi del linguaggio su Mammafelice, oggi ci parla dei pro e contro dell’inserimento al nido e alla scuola materna (o scuola dell’infanzia), quando il bambino ha difficoltà linguistiche: il nido e la materna sviluppano il linguaggio, oppure è meglio tenere i bambini a casa ancora un po’?

Disturbi del linguaggio: ingresso al nido e alla materna, come decidere

Mi occupo di questi disturbi da ormai 20 anni e ciò che è più cambiato (in particolare negli ultimi 10 anni) è che si è notevolmente abbassata l’età in cui le famiglie si rivolgono agli specialisti (logopedisti, neuropsichiatri e psicologi).

È difficile avere dati precisi su questo trend, ma posso portarvi l’esempio della mia piccola realtà clinica: circa il 65-70% delle richieste che riceviamo presso il nostro studio riguarda bambini sotto i 3 anni e mezzo di età.

Naturalmente questo è un bene perché si può fare molto per ridurre o eliminare del tutto il problema prima che il bambino vada a scuola e quindi proteggerlo da eventuali disturbi dell’apprendimento.

Tuttavia, aiutare bambini così piccoli comporta una serie di problematiche più ampie, una tra tutti è che spesso il primo consiglio da amici, parenti e talvolta dal pediatra è che il bambino è troppo piccolo e che è presto per intervenire, meglio mandarlo all’asilo.

Come clinica, prima di affrontare il tema dell’inserimento al nido e materna, devo dire che non è mai troppo presto per una valutazione del linguaggio: quando una famiglia ha dei dubbi, di solito non si sbaglia; sarà compito del professionista capire l’entità della difficoltà e decidere se il bambino ha bisogno di un intervento mirato o se fare dei controlli a distanza.

Per approfondire: Bimbi che parlano poco: quando preoccuparsi?

Nido e materna, differenze

Dobbiamo tenere in debita considerazione che nido e materna hanno profonde differenze, soprattutto osservandoli dal punto di vista del bambino.

Le sezioni di nido accolgono bambini dai 6-12 mesi fino ai 36. In questa fascia d’età molti bambini ancora non camminano, non parlano e spesso non interagiscono in modo autonomo tra di loro. L’apporto dell’adulto è fondamentale e necessario per gestire sia l’autonomia del bambino che il gioco.

Per questi motivi al nido vengono formate sezioni piccole dove è prevista, in media, un’educatrice ogni 6-7 bimbi.

La cura dei bambini è più intima e in piccolo gruppo; questo consente di potersi adattare meglio alle necessità individuali di ognuno. Fondamentalmente il linguaggio è ancora poco necessario.

Le sezioni di materna accolgono bambini dai 3 ai 6 anni e sono più numerose rispetto al nido, inoltre il rapporto tra numero di insegnanti e numero di bambini è diverso, non sempre c’è compresenza.

La maggior parte dei bambini parla, cammina, corre e gioca sia individualmente che in gruppo. Le possibilità di dedicarsi in modo specifico al singolo bambino sono ovviamente molto meno. Il linguaggio comincia ad avere la sua importanza.

I PRO

Tornando a noi, inserire il bambino con difficoltà linguistiche al nido e alla materna ha certamente dei lati positivi.

  1. Stimolo da parte dei pari: è comprovato che lo stimolo dato dai pari è molto positivo, principalmente per gli aspetti di imitazione che possono innescarsi in modo molto più semplice grazie alle tante occasioni che si presentano nelle attività della comunità;
  2. Routine: all’interno delle sezioni esistono routine consolidate quali accoglienza, gioco di gruppo, merenda, gioco libero, pappa, nanna … il fatto che siano uguali ogni giorno, consente al bambino di comprendere più facilmente le cose, anche senza l’uso delle parole. Questo è uno degli aspetti più utili dell’inserimento in comunità;
  3. Ambienti: l’organizzazione dello spazio è a misura di bambino e consente di indirizzare in modo più mirato le competenze dei singoli bambini;
  4. Insegnante: ovviamente ha un ruolo fondamentale nella gestione del gruppo, nel riconoscere le peculiarità di ciascun bimbo e nell’accoglierli in modo positivo e propositivo in particolare negli aspetti emotivi e di benessere.

I CONTRO

L’assenza di linguaggio o, in generale, un livello linguistico che non consente di esprimere quello che si ha in mente, può complicare il rapporto con i pari in misura diversa anche a seconda della personalità del bambino.

Dobbiamo tenere presente che alcuni bambini non usano nemmeno 10 paroline, per esempio non usano il no e il sì; in questi casi diventa fondamentale l’uso del linguaggio non verbale (mimica, gesti, prosodia) per farsi capire e questo è un aspetto che spesso viene trascurato, soprattutto se tutti gli altri bimbi parlano già.

Il bambino con difficoltà di linguaggio può frustrarsi facilmente proprio perché non riesce ad esprimere il dissenso.

All’interno della classe il bambino con difficoltà di linguaggio può manifestare alcuni comportamenti tipici: spingere, mordere, picchiare, piangere facilmente.

Questo accade perché in assenza di linguaggio, l’unico modo per essere efficaci e rapidi è comunicare attraverso il corpo.

Alcuni bambini diventano dei piccoli attori e si fanno comprendere bene anche con i gesti, altri invece entrano in contatto con l’altro in modo “più esplosivo”. Il rischio è che vengano vissuti come bambini problematici (spesso definiti iperattivi o violenti), quando invece un buon approccio comunicativo potrebbe già essere sufficiente a farlo stare bene con i coetanei.

Inserirlo a scuola pensando che questo possa essere risolutivo di una difficoltà specifica è fuorviante.

  • Se le difficoltà di linguaggio sono piccole e il tuo bambino non è molto lontano dal linguaggio dei suoi coetanei, questo passaggio potrebbe essere sufficiente e ti accorgerai presto del suo recupero;
  • Se, al contrario, il bambino non parla o parla molto poco o parla molto male, allora alcuni momenti della giornata possono essere frustranti, soprattutto quelli in cui il linguaggio è un veicolo fondamentale per esprimere i bisogni e il proprio pensiero.

Per tutti questi motivi è fondamentale non considerare l’inserimento in comunità come una alternativa all’intervento logopedico, ma come una ulteriore risorsa per stimolare il bambino, purché gli crei il contesto giusto.

Resta sempre valido, dunque, il consiglio di richiedere una valutazione linguistica (anche a partire dai 24 mesi) da parte di un esperto che possa misurare il problema e cercare una condivisione con gli insegnanti e con i genitori sul da farsi.

Si rivela spesso utile indirizzare la famiglia sulla scelta del contesto scolastico (piccolo gruppo educativo, orario ridotto …). Parallelamente si potrà dare un supporto alle insegnanti che, per quanto preparate, possono essere guidate su alcune scelte: quale gioco può essere più indicato per lui? Come posso stimolarlo meglio rispetto al linguaggio?

Se il tuo bambino sta già frequentando il nido o la materna e lo fa già da un anno, ma ciò non è stato sufficiente a migliorare le sue capacità linguistiche, ti suggerisco di parlarne col pediatra e rivolgerti al servizio pubblico della tua zona.



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