Disgrafia nei bambini: come riconoscerla e cosa fare

Pubblicato il 6 marzo 2018 da

Oggi ospitiamo Michela Dallaromanina, psicologa, esperta in disturbi dell’apprendimento, e parliamo di disgrafia nei bambini: cos’è, come riconoscerla, quali differenze con la disortografia, come prevenirla e cosa fare per diagnosticarla.

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La Disgrafia… questa sconosciuta!

Molto spesso, quando parlo con le amiche del mio lavoro, vengo accusata di parlare una lingua sconosciuta, fatta di parole complicate ed impronunciabili. Vi chiederete cosa faccio nella vita: sono una psicologa specializzata in neuropsicologia dello sviluppo, quella branca della psicologia che studia lo sviluppo delle funzioni di base e degli apprendimenti.

Condividendo le obiezioni delle mie amiche, ed essendo consapevole che la conoscenza dei disturbi dell’apprendimento è ancora scarsa, ho iniziato a scrivere articoli rivolti soprattutto ai genitori poiché, spesso, arrivano in consulenza su segnalazione degli insegnanti per ipotetici disturbi dei figli, senza avere chiaro di che cosa si stia parlando.

In questo articolo cercheremo di capire insieme cos’è la disgrafia, come intervenire e quando è consigliabile effettuare una valutazione.

Cos’è la disgrafia

Iniziamo a fare un po’ di chiarezza!

Rispetto alla dislessia su Internet si ritrovano paginate di informazioni mentre, nel caso della disgrafia, il web non ci è di grande aiuto, poiché spesso i termini disgrafia e disortografia vengono utilizzati indistintamente, generando una maggior confusione in un lettore non esperto di questa terminologia.

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In realtà i due termini identificano condizioni molto diverse tra loro, in quanto:

  • la disortografia indica una difficoltà nell’applicazione delle regole ortografiche della lingua scritta (il bambino sostituisce, omette o aggiunge lettere all’interno di una parola),
  • il termine disgrafia si riferisce a difficoltà nella realizzazione degli atti motori necessari a costruire la forma delle lettere, e che quindi penalizzano la qualità grafica delle produzioni.

Disgrafia e DSA (disturbi specifici dell’apprendimento)

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Una cosa molto importante da chiarire per evitare di sottoporre i nostri figli ad inutili frustrazioni, generando in loro un senso di inadeguatezza e di scarsa autostima, è che la disgrafia, insieme alla dislessia, alla disortografia e alla discalculia, rientra nella categoria dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, spesso abbreviati in DSA.

Un disturbo dell’apprendimento è una condizione che si trova in bambini in cui la lettura, la scrittura, la grafia o le abilità matematiche non risultano sufficientemente automatizzate rispetto al livello di scolarità, e sono discrepanti rispetto al funzionamento generale del bambino, che è assolutamente intelligente.

Questo è proprio il motivo per cui tali disturbi vengono definiti specifici, perché riguardano selettivamente una o due abilità di base a fronte di un buon funzionamento generale.

I DSA in genere si “trasmettono” geneticamente, infatti, molto spesso, è presente familiarità nei genitori o anche in parenti lontani. Detto ciò, essendo condizioni ereditate geneticamente e che non si possono compensare se non con trattamenti mirati, ne consegue che è del tutto fuori luogo sgridare un bambino con DSA o costringerlo a rifare varie volte un compito, nella convinzione che la scarsa resa sia imputabile a mancanza di esercizio.

False credenze sulla disgrafia

Non sempre una brutta scrittura deve essere considerata sintomo di disgrafia.

Al contrario del passato, in cui a scuola, nelle prime fasi di alfabetizzazione, veniva richiesto di scrivere paginate di lettere, oggi la “scrittura a mano” non è più considerata una materia curriculare, si tende a dare importanza esclusiva al contenuto e, ai bambini, viene richiesto precocemente di scrivere in maniera automatizzata, senza avere fornito l’insegnamento necessario al consolidamento dell’abilità.

Cosa si può fare per prevenire la disgrafia

Vediamo insieme come prevenire la disgrafia anche a casa, senza stressare i bambini, per aiutarli a impugnare meglio le penne e le matite e a migliorare la scrittura.

Attenzione alla direzione delle lettere

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Per prevenire eventuali problemi, facilitare l’apprendimento di una scrittura funzionale, in caso di disgrafia già diagnosticata, o per risolvere difficoltà transitorie, è innanzitutto necessario insegnare ai bambini la corretta direzionalità da seguire per costruire le varie lettere.

Seguire una direzione piuttosto che un’altra nella costruzione di una certa lettera non è infatti un semplice dettaglio, bensì rappresenta una strategia che rende più naturale e fluido il movimento e consente di raggiungere in tempi brevi un discreto livello di velocità (fluenza).

Nella scrittura in carattere corsivo, se non si rispetta la giusta direzionalità, i collegamenti tra le varie lettere risultano interrotti o richiedono dei riaggiustamenti che rallentano la velocità di scrittura.

Impugnatura corretta

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E rispetto alla prensione della penna? Un aspetto da sfatare è che, non necessariamente, ad una pessima impugnatura della penna corrisponde una brutta grafia, tuttavia una prensione non corretta può, a sua volta, indurre una postura poco funzionale e generare dolore o affaticamento.

L’atto dello scrivere in maniera fluente, infatti, si realizza grazie alla coordinazione sincrona dei movimenti delle dita, del polso e della spalla.

L’impugnatura corretta è quella in cui pollice, indice e medio (parte radiale) realizzano la presa della penna e, nel processo di scrittura, si appoggiano su anulare e mignolo, per stabilizzare la presa e favorire lo scorrimento, mentre il gomito e la spalla accompagnano lo spostamento del braccio sul foglio da sinistra a destra.

Se il pollice si trova sopra l’indice ed il medio (adduzione del pollice), blocca la dinamicità dell’atto, creando un maggiore affaticamento a carico del gomito.

Come correggere un’impugnatura non corretta?

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In bambini della scuola materna, che sono alle prese con le loro prime sperimentazioni a livello di abilità grafo-motorie, è frequente ritrovare un’impugnatura non corretta. Molto spesso si riscontra una presa pluri-digitale (a quattro o cinque dita), talvolta anche con mano sospesa (che si realizza dall’alto).

Per correggere questo tipo di impugnatura spesso bastano dei semplici trucchetti.

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Mini pennarelli. Una prima soluzione potrebbe consistere nel fornire al bambino pennarelli più corti di quelli solitamente utilizzati con i quali, date le dimensioni ridotte, è praticamente impossibile realizzare la presa a cinque dita.

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Ostacolare la presa disfunzionale. Qualora questo accorgimento non dovesse essere sufficiente, per favorire la prensione a tre dita (tripode) si può provare a fare stringere al bambino, con il dito anulare e con il mignolo, un oggetto di dimensioni ridotte mentre scrive o disegna.

Nella riabilitazione effettuata nel nostro studio siamo solite creare delle palline con il DAS, che possono essere modellate in base alle dimensioni delle dita e delle mani di ogni singolo bambino.

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Scrittori ergonomici. Talvolta è sufficiente l’utilizzo di matite dalla forma ergonomica (triangolare) che favoriscono la presa a tripode dinamico.

LEGGI ANCHE: Come aiutare i bambini a scrivere bene con il Metodo Montessori.

Quando è necessario intervenire

Come si diceva in precedenza, non sempre un sintomo disgrafico (illeggibilità, scarsa velocità, movimenti non corretti) corrisponde ad una reale disgrafia e, pertanto, prima di richiedere una consulenza, si può provare ad utilizzare le strategie di cui abbiamo parlato.

Ciononostante, se le difficoltà osservate si inseriscono in un quadro di compromissione più generale, che interessa non solo l’atto dello scrivere, ma la maggior parte dei movimenti che si realizzano con le mani, benché non sia possibile formulare una diagnosi prima della terza elementare è consigliabile effettuare precocemente una valutazione.

È possibile che le difficoltà riscontrate a livello di atto grafo-motorio si inseriscano in un quadro di disturbo di coordinazione motoria a livello di abilità manuali fini, come:

  • se un bambino impugna male o non riesce ad utilizzare le posate,
  • è scarsamente coordinato nel gioco delle costruzioni,
  • incontra difficoltà nelle autonomie personali di vestizione (infilarsi vestiti, allacciare o slacciare giacche e scarpe…)

In questi casi, come detto in precedenza, si consiglia di avviare il prima possibile una valutazione e, conseguentemente, un intervento riabilitativo che faciliti l’apprendimento di atti motori corretti, realizzando la giusta direzione, modulando la forza ed adattando la presa e la postura in modo da evitare affaticamento.

È auspicabile l’intervento precoce al fine di evitare che vengano automatizzati dei movimenti scarsamente funzionali, che difficilmente potranno essere modificati a posteriori.

In base a quanto appena detto, è evidente che per precoce si intende prima dell’ingresso alla scuola elementare, dal momento che, come abbiamo visto, per individuare un possibile bambino a rischio non è necessario aspettare di vederlo alle prese con la scrittura.

Un’altra condizione in cui è consigliabile attivarsi il prima possibile per effettuare una valutazione, ed avviare un intervento riabilitativo, si ha quando è presente familiarità per disgrafia in linea materna o paterna, anche in gradi di parentela lontani, perché è molto probabile che venga trasmessa tra le varie generazioni, così come la maggior parte dei disturbi rilevati in età evolutiva.

A chi rivolgersi?

Come già anticipato, per valutare se siamo in presenza di una difficoltà oggettiva, sia che si tratti di un quadro più generale di disturbo di coordinazione motoria, sia che si tratti di una disgrafia pura, è necessario procedere con una valutazione, che può essere fatta privatamente o presso il servizio pubblico (AUSL), da un neuropsichiatra o da uno psicologo specializzato in neuropsicologia dell’età evolutiva.

Questo passaggio è un punto che crea molta resistenza nei genitori perché, spesso, sono prevenuti nei confronti degli psicologi o dei neuropsichiatri, e temono che una possibile valutazione possa avere effetti negativi sui figli.

Io, come tutti i colleghi che si occupano dei DSA, sono specializzata in nueropsicologia, non mi occupo di questioni psico-emotive, ma dello sviluppo delle abilità di base e degli apprendimenti.

Come detto in precedenza, i bambini con DSA sono intelligenti e pertanto, anche quando sono piccoli, sono consapevoli delle loro difficoltà e ritrovano motivazione ed autostima nel momento in cui comprendono la causa della loro fatica e intraprendono un trattamento, che permette loro di potenziare le difficoltà e di rendere come i compagni.

Valutazione e trattamento

Tramite la somministrazione di prove, per testare la coordinazione e la manualità fine, e compiti volti a valutare la fluenza e la qualità grafica della scrittura, si potrà stabilire se è presente il profilo funzionale tipico del disgrafico.

I possibili trattamenti riabilitativi che ne conseguono variano in base all’età e al livello di scolarità del soggetto.

Possono essere realizzati interventi di tipo preventivo di pre-alfabetizzazione, in caso di bambini prescolari, percorsi volti a modificare pattern di costruzione delle lettere scarsamente funzionali, nei primi anni di scolarità, o lavori mirati alla velocizzazione della scrittura (esiste una categoria di disgrafici definiti lenti e precisi) nelle fasi più avanzate.

In casi di estrema severità del disturbo si può decidere di optare per la video-scrittura, e conseguentemente avviare degli interventi al fine di rendere i soggetti abili nell’utilizzo della tastiera.

A differenza dei trattamenti di altri disturbi specifici dell’apprendimento, il percorso riabilitativo della disgrafia è piuttosto breve, in quanto, in genere, con uno o due cicli riabilitativi della durata di tre/quattro mesi, a cadenza bisettimanale, e con un po’ di allenamento a casa nella quotidianità, si riesce a fare rientrare il problema.

La diagnosi e l’intervento precoci sono fondamentali proprio per poter creare una rete collaborativa tra specialista-famiglia e scuola e intraprendere il percorso più idoneo a seconda della fase evolutiva, al fine di promuovere l’autonomia scolastica e il benessere del bambino/ragazzo.

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Articolo a cura della Dott.sa Michela Dallaromanina, Psicologa-Psicoterapeuta
Laureata in Psicologia Clinica a Padova e Specializzata presso l’Accademia di Neuropsicologia dell’Età Evolutiva di Parma di cui attualmente sono didatta interna.
Lavoro come libera professionista in uno studio privato di Neuropsicologia e Logopedia dell’Età evolutiva a Parma in equipe con altre psicologhe e logopediste.
Mi occupo di valutazioni e trattamenti riabilitativi per l’età evolutiva, consulenza a genitori e insegnanti e svolgo attività di docenza.

Pagina Facebook: Dott.sa Michela Dallaromanina
Sito: neuropsicologi.it



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