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Depressione post partum maschile: cosa succede ai papà?

Pubblicato il 17 maggio 2018 da

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Spesso si sottovaluta la portata che un figlio può avere su una famiglia, in primis ovviamente sulla mamma, ma anche sui papà.

Purtroppo c’è ancora la tendenza a considerare la genitorialità come una prerogativa femminile, come se i figli fossero solo delle madri, tant’è che quando magari un uomo decide di usufruire del congedo di paternità per prendersi cura della prole viene guardato storto oppure viene appellato come “mammo” (invece sta solo compiendo il suo dovere di padre).

Per questo durante il periodo che precede la nascita si dovrebbero coinvolgere maggiormente i futuri padri che non dovrebbero essere considerati come mero corollario di ciò che sta succedendo alla mamma, ma come parte attiva di un cambiamento. Dovrebbero poter esprimere le proprie emozioni e poter partecipare ai corsi pre parto in orari compatibili col lavoro, magari alla sera.

Anche se non se ne parla gli uomini possono essere colpiti dalla depressione post partum. “Secondo uno studio britannico della Oxford University, pubblicato sul Journal Psychological Medicine, tra  il 4 e il 5 per cento dei maschi che hanno appena avuto un figlio soffre di depressione post parto” ha dichiarato Paola Cipriano, psicologa e psicoterapeuta che si occupa di maternità:

“Per i padri la nascita di un bambino rappresenta una notevole fonte di cambiamento e di stress e può portare a sofferenza”.

Ma come si manifesta la depressione post partum negli uomini?

Per esempio con sbalzi d’umore, oppure aumentando le ore in cui vivono fuori casa, lavorando di più, ma anche uscendo spesso con gli amici, oppure ancora dandosi all’alcol o all’abuso di sostanze o tradendo la propria compagna. 

Questo perché anche gli uomini non sono immuni dall’aspettativa irrealistica del genitore perfetto: “In televisione, nelle pubblicità, nell’immaginario collettivo si tende a sostenere che la relazione di coppia si rafforzerà sicuramente e fin da subito grazie all’arrivo del bambino o che la vita non cambierà molto” – dice la Cipriano – “E’ molto più difficile che un padre chieda aiuto ad un professionista poiché nella nostra cultura italiana vige anche il pregiudizio che un uomo non deve chiedere mai, men che meno quando diventa genitore”.

Il lavoro da fare, come nel caso delle mamme, è soprattutto culturale: bisogna cominciare col dire la verità, col dirsi che non si sta bene e di considerarsi come delle persone che stanno imparando ad essere genitori, visto non si tratta di  una qualifica innata.
Non colpevolizziamoci troppo: ascoltiamoci e il resto verrà da sé, chiedendo comunque sempre aiuto. Non c’è nessuna vergogna in questo.


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