Il principio dell’uguaglianza formale e sostanziale nella Costituzione Italiana

Pubblicato il 21 giugno 2018 da

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L’ho capito tardi, quando ormai avevo già 14 anni. Ero ignorante e provinciale. Lo ero stata fino ad allora.
Al Liceo Gioberti arrivai con una gonna a fiori ad altezza polpaccio, una camicina bianca con il colletto ricamato, un gilet marrone, i calzini bianchi corti con il pizzo sul risvolto.

Fu uno shock, per me. Fino ad allora avevo visto solo quelli come me, quelli che frequentavano l’oratorio e indossavano i calzini bianchi con il pizzo, quelli che si innamoravano in paese e vivevano tutta la vita in paese, facendo figli che sarebbero rimasti in paese.

Ero una campagnola ignorante, pur non essendo il mio paese in aperta campagna, pur avendo io ottimi voti a scuola. Ero arrivata al Gioberti molto convinta di essere intelligente – tutti i miei professori me lo avevano fatto credere. Tant’è che la mia famiglia mi aveva obbligata a iscrivermi al liceo classico, anche se avrei preferito morire, piuttosto che scegliere quella scuola.

Seduta al banco accanto a me c’era Naji, una ragazza con i capelli tinti di arancione (ci si poteva tingere i capelli? davvero? senza l’hennè?) e il piercing al naso: aveva passato la vita in una comunità hippy, parlava molto, raccontava di sé, dei suoi pensieri, dei suoi ideali.
Io invece la prima settimana non spiaccicai parola: non sapevo veramente cosa dire. Naji, qualche tempo dopo, mi confessò di aver pensato che io fossi totalmente scema, visto il mio mutismo: non facevo che tacere e annuire, con gli occhi sbarrati.

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Foto de: Il Post

Al Gioberti c’erano i punk. Creste alte mezzo metro sopra la testa, catene, abiti lunghi neri e viola, cipria bianca sul viso ed eyeliner sugli occhi.

Al Gioberti c’erano i comunisti, quelli del Kollettivo studentesco che si vestivano come negli Anni 60 e offrivano a tutti i panini imbottiti di peperoni al forno, fatti in casa.

Al Gioberti c’erano i fascisti, quelli con le teste rasate e le svastiche, che puntualmente attaccavano rissa con qualcuno.

Al Gioberti c’erano quelli della collina, i ricchi, quelli che spacciavano, bevevano e il fine settimana andavano nella loro casa di montagna a sciare con la famiglia.

Al Gioberti c’erano gli omosessuali.

Al Gioberti c’ero anche io, con il mio colletto bianco ricamato a fiorellini, con gli occhi increduli della mia ignoranza: avevo appena capito di non aver mai capito niente, di non sapere niente, di aver appena perso ognuna delle mie certezze.

Avevo perso la mia identità, perché non avevo una mia identità: ero solo una copia sgualcita di un modello prestampato, non avevo mai avuto realmente un pensiero divergente, ero stata cresciuta per pensare in gruppo, per omologarmi e non uscire dal seminato.

Questa è la mia storia, una parte di tutte le storie della mia vita. Questo è il momento in cui io sono diventata io.

Quando ho ripreso la parola, c’era solo una cosa che io potessi dire: cambierò. Ed è stato al tempo tempo terrificante ed elettrizzante distruggermi e destrutturarmi, per poi ricostruirmi, riconoscermi, appartenermi.

Fino ad allora non ero mai stata libera, se non nella mia testa, dentro la mia illusione di un futuro felice. Fino ad allora non avevo fatto che scrivere poesie su diari segreti e stringere le urla di disperazione dentro il mio cervello, per fare in modo che nessuno potesse udirle. Fino ad allora non avevo provato altro che un senso di profondo e alienante disagio, un senso di colpa devastante, per non essere abbastanza uguale a tutti gli altri, non essere abbastanza cristiana, non essere abbastanza educata, non essere abbastanza ubbidiente.

Per 14 anni avevo continuato a sentirmi diversa da tutti, e finalmente mi ero accorta che siamo tutti diversi.

Avrei potuto chiudere tutto: chiudere il mio cuore, chiudere le mie mani, chiudere la testa. Avrei potuto chiudere meglio i bottoncini di madreperla del mio gilet marrone, farmene corazza, e restare uguale a me stessa – anzi, rafforzare di più quell’appartenenza al mio mondo di prima, all’unico mondo che conoscevo.

Invece a me quella diversità è sembrata un valore, e io mi ci sono tuffata dentro spogliandomi di tutto, come un nudista che si libera dei vestiti per fare il primo tuffo in mare della sua vita.

Ho amato. Ho amato in modi che non posso descrivere a parole. Ho amato tutti, tutti quelli del Kollettivo, tutti gli stralunati, tutti i punk, tutti i dark, le pantere nere, quei fascistoni che – quando c’era da scavare ad Alba durante l’alluvione – si erano rimboccati le mani imparando ad essere meno fascisti, e più intelligenti.

Ho amato quei panini bisunti con i peperoni, quelle sopracciglia arancioni, le gonnellone a fiori, i capelli da zingare, i ciuffi al clorofluorocarburo, le sparate sessualmente esplicite, tutti i momenti imbarazzanti.

Ho amato le persone, tutte, e le ho amate non perché fossimo simili, ma perché eravamo diversi: ho amato le persone per le loro differenze, per le stranezze che non potevo capire, per il senso di libertà che avevo appena assaggiato.

Chiedetemi oggi, 28 anni dopo, cosa sia la libertà, e io vi risponderò che la libertà per me è che ciascuno possa diventare se stesso, esprimere ciò che ha dentro, far esplodere la sua personalità senza vincoli di sorta – senza doversi scusare o giustificare.

La libertà è poter diventare se stessi ed essere riconosciuti formalmente e sostanzialmente per come si è, sempre, ovunque, comunque, imprescindibilmente.

Durante una delle famose occupazioni del Gioberti, avevamo deciso di proiettare una serie di film e documentari che parlassero di omosessualità, invitando a parlare in assemblea gay, lesbiche, transessuali. C’era questo film (Amici, complici, amanti) che mi spezzò il cuore.  Marco e io prendemmo il 13 per andare a Porta Susa, continuando a parlare della feroce ingiustizia contro i gay in Italia:
– Marco, ma è sempre così?
– No, a volte è peggio.

E io scendendo dal 13, per infilarmi sul 46 e fare un’altra ora di bus, non potevo più smettere di piangere, e di vergognarmi di quella che ero stata, nella mia ignoranza: – No, a volte è peggio.

Tutto è cambiato. Ciò che è diventato importante per me non era la mia personale libertà, ma la libertà di ciascuno. Il diritto inviolabile, inalienabile, sacrosanto, costituzionale di essere liberamente se stessi, e non essere discriminati per la propria religione, razza, sesso, orientamento sessuale, lingua e vattelapesca.

Io potevo prendermi la mia libertà, perché ero bianca, cattolica, eterosessuale, di famiglia borghese. Ma quel tipo di libertà mi faceva semplicemente vomitare e l’avrei rispedita al mittente, finché non avessi potuto condividerla veramente con tutti gli altri, con tutti quelli che – come me – erano diversi e uguali.

Non ho passato un giorno, negli ultimi 28 anni, senza cercare di convincere tutti che la libertà di diventare se stessi è l’unica cosa che davvero conta in un paese civile, ed è ciò che è più urgente da attuare. Molti pensano che le cose urgenti siano altre: la disoccupazione, la povertà, la sanità, la scuola. E invece no. La cosa più urgente è l’estensione dei diritti civili a tutti quanti, senza distinzioni di sorta, per sempre, formalmente e sostanzialmente.

Perché solo se siamo tutti liberi e tutti uguali, tutti con gli stessi diritti e doveri, tutti nel pieno della possibilità di esprimere noi stessi – solo allora possiamo risolvere i problemi gravissimi del nostro paese. Non ci può essere progresso, se le persone che compongono il paese non sono tutte libere allo stesso modo.

Negli anni – ne sono stata testimone – tante persone hanno cambiato idea: abbiamo avuto una legge sui matrimoni civili, ad esempio (incompleta, insufficiente, ma un inizio). Sui social e per strada le persone hanno iniziato a prendere le parti del Bene, a contestare pesantemente i fascismi e i razzismi. Ma tantissimo lavoro è ancora da fare.

Noi dobbiamo scardinare l’odio dalla mente dei razzisti, come se togliessimo un chiodo arrugginito da un pezzo di legno. Dobbiamo scardinare le porte, dobbiamo abbattere i muri, dobbiamo sollevare i massi, dobbiamo agitare i venti.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

E la Repubblica siamo noi: è responsabilità nostra far in modo che questi ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza tra esseri umani vengano scardinati. Siamo noi che dobbiamo parlare, urlare, spiegare, combattere, fare rumore, manifestare, essere presenti, lottare per i diritti di tutti.

Da qualche parte, lì fuori, c’è un’altra ragazzina con il caschetto e la frangetta, la camicia bianca con il colletto ricamato, le calzettine di cotone: facciamo in modo che anche lei, anche quella ragazzina campagnola, esca dal torpore dell’omologazione e scopra che gli esseri umani sono straordinariamente tutti uguali e tutti diversi.

Facciamo in modo che essere tutti uguali e tutti diversi sia ciò che ci rende straordinari. Ciò che ci rende fratelli.

Ciò che ci fa restare umani.



Commenti

9 Commenti per “Il principio dell’uguaglianza formale e sostanziale nella Costituzione Italiana”

  1. Non c’è nient’altro da dire.
    C’è da fare.

  2. Vi

    Grazie per questo post.
    È un momento storico in cui queste riflessioni sono indispensabili!

  3. francesca

    In queste mattine, in cui ascoltando la rassegna stampa mi deprimo, ci voleva proprio un post così.
    E mi piacerebbe che quei ‘cittadini’ di cui parla la costituzione, includessero anche tutte quelle persone che non hanno la cittadinanza italiana, ma che abitano qui.
    Chiedo troppo?
    Come sempre, brava!

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