Mamma Felice

Attachment Parenting fai da te: come essere genitori ad alto contatto

Pubblicato il 2 novembre 2015 da • Ultima revisione: 4 marzo 2016

Sono una mamma ad alto contatto, ma non nel senso classico del termine: alto contatto fai da te, se qualcuno aveva dubbi sulla purezza delle mie intenzioni.
Sono una mamma ad alto contatto perché sono stata sempre prima di tutto una persona ad alto contatto. Io sono quella che abbraccia le amiche, che dà una carezza furtiva sulla spalla se ne hai bisogno in un momento critico, sono quella che stringe le mani con una presa decisa (e non come una medusa molliccia). Probabilmente sono semplicemente una persona con una prossemica decisamente molesta, ma: mi piace. Mi piace guardare negli occhi le persone, mi piace essere toccata e toccare, mi piacciono i caldi abbracci (come Olaf).

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Tuttavia come madre ad alto contatto, non sono bambinocentrica: ho sempre tenuto in braccio Dafne e l’ho sempre coccolata moltissimo; l’ho portata con me nel marsupio fino a quando ci è entrata; ho scelto di lavorare da casa fino a quando aveva quasi tre anni, per occuparmene personalmente; mi piacciono le coccole nel lettone, mi piace che quando si addormenta mi strofini i piedini gelati sulla gamba – e questo gesto mi commuove sempre. Ma.
Non ho mai ceduto a mia figlia il ruolo di attrice protagonista della mia vita, e ho cercato il mio compromesso, perché non sarei mai stata in grado di reggere la pressione di esserci sempre e comunque: e la libertà dei genitori di sparire un momento, o di fare la pipì da soli, non la vogliamo considerare? Per me questi sono diritti inalienabili, così come è inalienabile per i bambini il diritto a una infanzia felice.

In questo attachment parenting fai da te, io ho preso gli spunti che erano giusti per noi, sia per noi genitori che per nostra figlia, e tutto è andato bene.
E penso che possa essere per tutti così: essere genitori è più semplice, se non ci imponiamo di essere perfetti e di seguire rigidamente un ‘metodo’ che – prima di essere genitori – ritenevamo affidabile.

E se poi noi cambiamo? E se cambiamo idea? E se nostro figlio non corrisponde esattamente a quel modello?

Preferisco pensare all’attachment parenting come ad un modello a cui ispirasi per diventare genitori che si fanno guidare dall’EMPATIA, cercando di comprendere a livello profondo i bisogni del proprio figlio, e accettando i compromessi del caso, senza perdere la propria personalità o fiducia.

Teoricamente, sono 7 i punti salienti dell’AP, secondo il famoso libro del Dott. William Sears.

PER APPROFONDIMENTO leggi il mio articolo su aformadimamma il blog di Philips Avent:
Attachment parenting: il contatto per rispondere al bisogno di mamma e bambino.

Voi siete d’accordo con la mia interpretazione sottostante, o avete preferito seguirlo alla lettera?

Instaurare un contatto subito dopo il parto

Io ho sempre creduto che questo legame non debba essere ad esclusivo appannaggio della mamma, e nel nostro caso so di avere avuto ragione. Dafne è stata tanto ‘addosso’ e insieme a noi, sin dal primo momento della nascita, e questo ha creato un legame molto forte tra noi tre insieme.

Anzi, siccome Dafne è nata con parto cesareo, direi che il primo vero alto contatto lo ha avuto con il suo papà, che l’ha lavata e coccolata dal primo minuto.

Quando sono arrivata io, circa un’ora dopo (e grazie al cielo, altrimenti oggi nessuna di noi sarebbe viva), l‘ho tenuta pelle a pelle sul mio petto per ore, e poi per giorni, e poi per mesi, ma sempre facendo a gara con il suo papà, perché piaceva a entrambi.

Allattare è allattare

Io non ho allattato al seno, ma ci ho provato. Non è questo un post adatto per parlare di allattamento, ma dico sempre che non mi sento meno madre per questo. Ho allattato lo stesso, e insieme a me ha allattato mio marito: entrambi abbiamo allattato nostra figlia con il latte artificiale, e il legame tra di noi è stato comunque bellissimo e quei momenti intensi.

A tutte le mie amiche, e a tutte le donne che conosco attraverso questo sito, io dico sempre che allattare al seno è fantastico ed è la cosa più giusta. Il latte materno è perfetto perché è unico: è specifico per quel bambino, contiene nutrienti e ormoni che sono realmente adatti a quel bambino in particolare.

Poi a volte la vita va diversamente e questo non ti rende peggiore. Quindi hop hop, avanti con gli occhi nel sole.

‘Portare’ i bambini

Non avevo una fascia, con la quale non mi sentivo a mio agio, ma un marsupio adatto ai primi mesi di vita, e l’ho indossato ogni giorno, ogni ora, ogni momento dei primi anni di vita di mia figlia, e quei momenti per me sono stati preziosissimi.

Credo che portare i bambini sia ancora sottovalutato, ma dà una sensazione di contatto e di vicinanza che niente altro ci può dare. E’ come fare mille cose insieme: cullare continuamente il proprio figlio, rassicurarlo, annusarlo, dargli i bacini sulla testolina, sorridergli, parlargli, guardarlo negli occhi a distanza ravvicinata (molto importante per i neuroni a specchio), e soprattutto farlo partecipare attivamente alla propria vita.

Fatelo, davvero. Tenetevi addosso i bimbi con la fascia, il marsupio o il mei tai, perché questo gesto apparentemente banale, crea un legame fortissimo tra di voi, e vi regala sensazioni inimmaginabili.

Dormire vicini

Per me il cosleeping vero e proprio (significa dormire nel lettone insieme) è una tortura: mi sentirei più comoda a dormire sui ceci secchi. Ma anche per Dafne era un incubo: ogni volta che lo abbiamo praticato tutti insieme, nessuno di noi ha dormito serenamente. Noi per la paura di schiacciarla, ma soprattutto per la scomodità (dei mal di schiena che mi venivano le lacrime), lei evidentemente perché percepiva il nostro disagio, ma soprattutto perché la disturbavamo continuamente girandoci.

Ha dormito vicino a me nella sua culletta fino a 9 mesi, e io ce l’avevo vicina, come se avessimo un side bed, e tutto è andato meglio. Dormire vicine è stato bellissimo, e lo rifarei mille volte, e penso che però dopo un po’ ognuno abbia bisogno del suo spazio.

Considerate che persino noi dopo qualche anno abbiamo preso la decisione di avere letti matrimoniali separati, pur amandoci tantissimo. Proprio perché non riuscivamo a riposare bene, tra i miei movimenti (io sono capace di ruotare di 180 gradi nel letto, di notte, e mettermi in ogni posizione possibile), il russare, chi vuole leggere e chi vuole riposare, chi vuole ascoltare la musica e chi guardare la tv… un incubo. Mai dormito meglio che adesso, io ve lo dico.

Credere al pianto del bambino

Il pianto è una forma di linguaggio: è comunicazione. Come dico da sempre: un neonato che piange sta comunicando. Non ci sta punendo, né facendo un dispetto.

Il pianto di un bambino non deve spezzarci il cuore: è ‘solo’ un pianto! E’ il suo unico modo per comunicarci qualcosa… quindi dobbiamo prenderlo come un dialogo, e non come una scenata o, ancora peggio, un dispetto.

Per me ricordare questo principio è stato spesso un’ancora di salvezza nei momenti più critici: ricordare che il pianto di mia figlia serviva per comunicare qualcosa (un disagio, un bisogno fisiologico, una richiesta emotiva) mi ha salvata dalla depressione, perché mi ha permesso di restare lucida e dirmi: non sei inadeguata, non sei pazza, tutto andrà bene, non è una punizione, non lasciarti sconfiggere dal senso di colpa (+ una bella dose di fortuna, ovviamente, perché magari bastasse questo per salvarsi dalla depressione post partum!).

In generale: i bambini non fanno i ‘capricci’ per fare i capricci, ma perché ci comunicano un disagio: da neonati possono essere le coliche o la fame o il freddo o il rumore o altri bisogni primari; da grandi possono essere le prime paure, la sfida di affrontare la propria timidezza, il raggiungimento delle autonomie, ecc…

Certamente non è semplice tradurre il pianto, ma almeno possiamo accoglierlo.

Consigli non richiesti? No, grazie.

I consigli di quelli che hanno un approccio essenzialmente comportamentista, o basato sul meccanismo premio / punizione:
– lascialo piangere, poi si addormenta da solo
– non tenerlo in braccio che lo vizi
– mettilo a dormire da solo il primo giorno, altrimenti non te lo togli più dalla camera
– non farti usare come ciuccio, che poi prende il vizio

Non li commentiamo nemmeno, vero?

Equilibrio

L’equilibrio è tutto, nell’educazione. Perché non dobbiamo essere troppo rigidi, né troppo permissivi. Ma non solo con nostro figlio: soprattutto con noi stessi!

Non facciamoci prendere dalla smania di trovare una REGOLA da seguire e da far seguire a nostro figlio, perché non esiste: ognuno di noi è diverso, sia fisicamente che emotivamente, ma anche per la sua storia personale, per il vissuto legato alla sua infanzia, ecc…

Come può l’educazione essere uguale per tutti?

Non facciamoci prendere soprattutto dalla smania di vincere, di avere ragione, di dimostrare ai figli che siamo noi a comandare: in una famiglia, nessuno vince o perde; tutti vincono o perdono insieme. Creare tensioni con i figli è solo controproducente: finiamo per soffrire tutti.

Insomma: coltiviamo questo legame, mettiamo da parte le nostre convinzioni, lasciamoci guidare dal bambino reale che abbiamo tra le braccia.

Annusiamoci a vicenda, tocchiamoci di un contatto pelle-pelle e di un contatto cuore-cuore: la cosa migliore che possiamo fare è AMARE i nostri figli, e costruire per loro un’infanzia felice.

Non riusciremo mai a praticare perfettamente tutte e sette i principi dell’attachment parenting, ed è perfetto così: noi siamo unici, e nostro figlio è unico.
La nostra sfida educativa è unica nel suo genere.

Ho provato a confrontare i principi dell’attachment parenting con quelli del Metodo Montessori.
PER APPROFONDIMENTO leggi il mio articolo su aformadimamma il blog di Philips Avent:
Attachment Parenting e Metodo Montessori a confronto

Se vi va, provate a leggere questo confronto, e fatemi sapere cosa ne pensate. Siete anche voi per un’educazione fai da te, oppure preferite essere rigorosi nel vostro metodo educativo?
E come ve la cavate con i sensi di colpa?

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Articolo in collaborazione con Philips AVENT: A forma di mamma.



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