Educare alla Bellezza e alla Dignità

Pubblicato il 8 ottobre 2015 da • Ultima revisione: 4 marzo 2016

Certe notti non dormo: ci sono tanti ricordi che spesso mi affollano la testa, e non sempre è facile respirare a fondo, e tenere liberi i polmoni, e i pensieri. Ma forse è anche giusto così: giusto non dimenticare, giusto sentirsi in colpa, giusto sentire che non si ha ancora fatto abbastanza…

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Certo ammetto che dopo aver visto da vicino le favela brasiliane, la fede mi si è prosciugata da dentro, anche se probabilmente una certa spiritualità in me è rimasta come una fiammella sempre accesa… io non lo so. So che spesso mi trovo, di istinto, a ringraziare Dio, e poi nel momento successivo provo quella solitudine cosmica di chi vede che ci sono ancora troppe ingiustizie e disuguaglianze.

Perché la fortuna te la giochi al 90% alla nascita, e questo per me continua a non avere alcun senso.

La fede però ha tanti volti, tante mani, tante voci: la nostra umanità in fondo è essa stessa una fede, una speranza che ci tiene uniti, che ci fa restare umani, che ci vincola ad avere responsabilità gli uni degli altri.

La fede è anche nel servizio, forse: di chi fa volontariato nel suo paese, di chi aiuta i vicini di casa, di chi parte per l’altro capo del mondo e raccoglie i bambini dai terremoti, come vite esse stesse polverizzate nelle macerie, e da ricostruire.

In ogni caso, in tutta questa pace e in tutto questo servizio, e nella fede stessa – qualunque essa sia, persino una fede laica – continuo a pensare che ci sia un solo modo di restare umani: educare alla bellezza, e alla dignità. Pensare ai poveri come persone che hanno bisogno di bellezza, perché se la società li ha scartati, non sono essi stessi uno scarto.

Così parla anche Suor Marcella, che ad Haiti lavora nelle baraccopoli non mappate dei cercatori di immondizia. Si stima che le baraccopoli non mappate dei cercatori di immondizia di Haiti siano popolate da 300MILA persone. E come Suor Marcella ci sono tante suore di frontiera, persone che hanno preso un aereo e non sono più tornate, perché lì c’era troppo da fare, e con urgenza.

Ne parlavo pochi giorni fa con la mia amica Eliana, che è molto credente. Che ognuno di noi probabilmente ha tanto da dare, in posti diversi in cui dare. 
Persone come Suor Marcella che dedicano la vita ad Haiti (ma prima ancora in Albania, in zone di conflitti terribili…). Persone come me, come noi, che forse sono nate per dare qualcosa di più piccolo, ma che va bene lo stesso. Credo. Questa è l’unica certezza che mi sono portata a casa dalle favela: che io dovevo tornare a casa, e fare volontariato locale, e che il mio posto era dove concretamente si potevano cambiare le piccole cose. Perché io a veder morire la gente, ecco, non ce la facevo. Era troppo per me, che forse ero già troppo fragile, o forse troppo megalomane (probabilmente entrambe le cose: combinazione esplosiva) e mi sentivo frustrata a non poter cambiare la vita di tutti.

In Croce Rossa, tanti anni fa, ho imparato il concetto di triage: in caso di calamità, si devono salvare per primi coloro che hanno maggiori possibilità di vivere. E’ terribilmente austero, questo, ma logico: certa volte bisogna fare una scelta che comporta un peso enorme, e io non ero in grado di farla.

Per certe cose ci vanno le persone di frontiera, e io non lo sono mai stata. Suor Marcella ad Haiti si è vista ammazzare un collaboratore, e poi minacciare di morte. Come la gente di frontiera, si è detta: Tutto molto semplice: se mi volete resto, altrimenti mi tolgo la polvere dai sandali, e vado dove c’è bisogno.
Ha incontrato i capi delle bande criminali che controllavano le baraccopoli di Waf Jeremie, nella capitale di Port au Prince, e ha ottenuto che la lasciassero lavorare al suo progetto: le Vilaj Italyen. Un comprensorio che racchiude asilo, scuola elementare, ambulatorio pediatrico e ginecologico, presidio sanitario.

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Una donna bianca, una suora, che se ci penso mi scappa persino un sorrisetto beffardo: boia faus, avrebbe detto mio nonno in piemontese!

Grazie al sostegno della Fondazione L’Albero Della Vita, che è l’unica associazione non governativa a seguire progetti in questo quartiere, l’unica associazione che non l’ha abbandonata in uno slum in cui non esistono servizi igienici, né fognature, né condutture d’acqua e che è una delle zone interdette dalle Nazioni Unite a causa della sua pericolosità e violenza. Tutto questo ha poi avuto una dimensione ancora più ampia: sono stati avviati dei progetti di sostegno a distanza, per lo sviluppo fisico e emotivo dei bambini di Haiti, ma anche per sostenere l’economia locale, e le famiglie stesse. Famiglie in cui le le donne stanno fuori casa tutto il giorno a vendere bacinelle e saponette, e, invece di lasciare i bambini da soli nelle baracche, o affidati in strada ai vicini, adesso possono affidarli alla scuola de L’Albero della Vita.

Asilo e scuole elementari, dove vengono accolti bambini di tutti i tipi: orfani, con i genitori, con i nonni… bambini soli perché la mamma è morta di parto o di AIDS, o bambini i cui genitori capiscono l’importanza dell’istruzione, per un futuro di dignità e bellezza.

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Sono colpita profondamente: offrire la BELLEZZA ai bambini di Haiti, serve a ridare loro la dignità. Suor Marcella è stata duramente criticata, per questa scelta, e invece ha proprio azzeccato tutto: ai bambini serve la bellezza. Servono scuole colorate e accoglienti, case con i mattoni belli, non baracche brutte e grigie.
Non vedono già abbastanza polvere e distruzione, in giro?

Niente moralismi: anche il colore e la bellezza possono salvare chi soffre. Perché quando puoi riconoscere la bellezza, e capisci che nel mondo la bellezza esiste, sai che può esserci anche per te, nel tuo futuro e nei tuoi pensieri, e che puoi combattere per essa, per averla nella tua vita.

Lo so, mi è successo, mi ritrovo empaticamente in questa condizione. Nello sconforto più cupo, sapere che là fuori esiste un mondo migliore, e più bello, vivo e colorato, è la spinta propulsiva per dirti: eh no, cavolo, adesso ne voglio una fetta anche io; adesso mi spetta!
Che è esattamente il motivo per cui è cominciata la seconda parte della mia vita, e Mammafelice, e tutti i giorni che ne sono seguiti, e che per me sono i ricordi belli della vita, i mattoni di una infanzia solida e bellissima che mi sono costruita a 30 anni, ma – cavolo -, me la sono costruita eccome!

Ci sono posti in cui una nascita è un lutto: un’altra bocca da sfamare, una vita in più di cui farsi carico. Che è il motivo per cui siamo qui noi, dalla parte ‘giusta’ del mondo e senza averlo meritato in alcun modo. Che è il motivo per cui Suor Marcella sta là a fare da ponte tra noi e L’albero della Vita, ricordandoci che noi siamo il mezzo per aiutare, e diffondere la carica e l’entusiasmo di questo servizio, ma concretamente però (non con i ‘mi piace’ su Facebook, che sono gratis): chi ci dà una mano avviando un progetto di sostegno a distanza?

Quindi niente giri di parole: c’è questo progetto de L’Albero della Vita, che vi costa come un caffè al giorno, con cui potete sostenere a distanza un progetto ad Haiti. Ci sono anche altri progetti, tra cui il sostegno per bambini e famiglie italiani in povertà, un centro anti violenza donna, l’accoglienza dei profughi siriani, le case di accoglienza per minori in affido, i progetti contro l’abbandono scolastico in Italia. Diciamo che, se tra questi non trovate un progetto da finanziare personalmente, c’è un serio problema di empatia.

Vediamola così; è un progetto di ampio respiro, ovvero: il diritto a una infanzia felice.

Ed è una responsabilità di chi tra noi ha avuto una infanzia felice, ma – ancora di più – di chi non l’ha avuta: bellezza e dignità come passaparola e come responsabilità personale.

Chi ci sta?

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In collaborazione con L’Albero della Vita.
Il nostro compenso per questa attività verrà donato totalmente a L’Albero della Vita – che è il minimo.



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