Sinestesia del dolore

Pubblicato il 23 ottobre 2012 da

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Nei miei sogni ci sono ancora i colori: rosso, ruggine. Polvere, tanta polvere. Grandi crateri larghi anche tre metri, proprio in mezzo alla strada della favela.
L’odore dei rifiuti, l’odore della droga, l’odore degli spari della notte prima.

C’è anche l’odore delle bibite all’uva, dei ghiaccioli al mandarino. Nella città. Nella città c’è l’odore delle churrascherie, e delle case, e delle strade piene di traffico.
Ci sono due vie, due città, due mondi, due strade.

C’è la terra rossa della favela:

Appena poche ore di sonno e alle 6 di mattina si riparte: direzione Afogado, una città all’interno del Paese, che dista più di 400km da Recife. Durante il viaggio in auto ci addentriamo in scenari sempre più aridi e desolati: sembra quasi che ci sia stato un incendio lungo chilometri a rendere arsa, scura e polverosa la terra ai lati della strada, invece è “semplicemente” la siccità a rendere tutto così tremendamente secco…

C’è la strada, grandissima, enorme, della città.
C’è il carcere minorile, la Febem, sulla collina in cima alla città. C’è l’odore dell’incendio, delle rivolte. C’è il suono del coro delle carcerate minorenni.
C’è l’odore delle bambine sulle strade, le bambine che poi spariscono, o che aspettano un figlio quando dovrebbero essere figlie, loro stesse, ancora un po’, ancora tanto. Tanti anni.

C’è l’odore di riso e fagioli, fagioli rossi. Un mestolo grande che versa fagioli sul riso, in un unico piatto, insieme a quattro foglie di insalata, insieme a una banana tagliata a fettine:

Intorno alle 12 arriviamo finalmente alla Pousada Rio Grande e facciamo un veloce pranzo “al kilo” (in molti ristoranti del Brasile si usa riempire il piatto con le diverse pietanze e poi pagare in base al peso del piatto).

C’è il riso, non c’è il pane. E noi non possiamo bere la stessa acqua, non possiamo. In favela l’acqua non è buona, il riso ha i vermi, i fagioli crescono dietro le baracche, in un orto in cui un cane disossato e malato perde i pezzi di pelle mentre gioca con i bambini.

C’è Johnlennon che non è andato a scuola perché non ha le scarpe.
Ci sono gli altri, quelli che non puoi aiutare. E quelli che puoi aiutare.

Finalmente sono a Rio de Janeiro! Dopo aver visitato la stato del Pernambuco e molti progetti in zone rurali, oggi vedrò come il lavoro di ActionAid si declina anche in una realtà complessa come una città di 5 milioni di abitanti ricca di contrasti.

Passo dall’ufficio di ActionAid Brasile e conosco i miei colleghi, che mi accolgono con molto calore e insieme a tre di loro mi dirigo a Marè, il complesso più grande tra le favelas di Rio: 140 mila abitanti divisi in 16 zone, dove incontriamo i colleghi di Redes, il partner locale che collabora con ActionAid e che lavora soprattutto con i giovani per migliorarne le condizioni di vita attraverso un’educazione migliore, l’arte e la cultura come forme espressive per abbattere le barriere e superare i conflitti.

Alberto, che fa l’educatore, ci racconta del suo lavoro coi ragazzi e dei problemi della favela, ci descrive con orgoglio lo spazio pubblico e “aperto” in cui ci troviamo, dove solo una strada ci divide dai trafficanti. Lui ha subito intimidazioni ma si è sempre rifiutato di pagare per essere “protetto” e continua a lavorare per fare in modo che le barriere, anche quelle tra un quartiere e l’altro, vengano abbattute: alcuni ragazzi non partecipano ai corsi che organizza perché i genitori non vogliono, ma vanno alle manifestazioni (tutte gratuite) ed è comunque un modo per iniziare ad entrare in contatto con loro. Ci mostra anche dove si organizzano concerti, eventi sportivi e rappresentazioni teatrali, ma anche cineforum per i bambini.

Il pranzo (buonissimo!) viene preparato da 4 donne che hanno seguito un corso per diventare cuoche e ora hanno aperto una piccola cooperativa di catering.
Le incontriamo dopo pranzo nella biblioteca adiacente la cucina ed è emozionante ascoltare le loro storie di cambiamento e sentire di come oggi, grazie anche al contributo dei sostenitori di ActionAid, si sentano più sicure, forti e indipendenti, non solo per il guadagno che deriva dal loro lavoro, ma anche per acquisito maggior fiducia in quello che sono e che fanno. A volte i compagni/mariti le ostacolano in questo processo di emancipazione, altre volte le sostengono, ma è in ogni caso una crescita personale forte, che si riversa anche sui loro figli.

Nel pomeriggio andiamo insieme ad una delle Direttrici di Redes a visitare il centro didattico, che si trova in un’altra zona della favela di Marè. Ci mostra entusiasta la sala di lettura per i bambini e quella per gli adulti (molti di loro hanno seguito corsi di alfabetizzazione), la stanza per la danza e la musica, quella per il corso di fotografia.

In Brasile la qualità dell’istruzione è bassa rispetto alla media mondiale e nelle favelas lo è molto di più, tanto che per il fatto stesso di vivere nella favela, molte persone che cercano lavoro al di fuori vengono discriminate. La sfida principale è quindi quella di poter dare accesso all’istruzione e all’informazione anche a chi vive in questi quartieri poveri, perché possano essere liberi di scegliere per il proprio futuro. E’ davvero un bel centro quello che ci mostra, totalmente immerso nel cuore della favela, dove la gente in strada, la musica, le case costruite abusivamente una sull’altra, la sporcizia e la confusione danno sì l’idea di povertà, ma non di pericolosità come immaginavo.

C’è l’immaginazione. Ci sono le cose che noi vogliamo vedere, le cose che noi non vogliamo più vedere.

I rumori che non voglio più sentire. Io.
L’odore di pipì sui materassi pulciosi, ma anche il panorama bruciato di Anternor Garcia, il sole gigante che tramonta sulla pirua, mentre mi allontano per sempre dal Brasile.

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Adesso vivo qui, al sicuro.

Potrei raccontare mille storie belle, e mille storie di dolore.
Oggi ho raccontato entrambe: le mie, quelle della mia esperienza giovanile in Brasile.

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Quelle di Alessandra, operatrice di Action Aid che è stata in Brasile pochi giorni fa, e ce lo ha raccontato con parole vere, e foto, tante.

Ma io le foto dei bambini non le ho messe, perché non ce la facevo a vedere le facce dei bambini. Sono solo bambini, ancora per un po’.
Dovrebbero essere bambini per tanto, per più tempo. Tempo.

Non lo so.
Tutto è immaginazione, e tutto è realtà.
Magari, se ci aiutate, qualche vita la salviamo.

Penso che forse qualche vita la salviamo.



Commenti

2 Commenti per “Sinestesia del dolore”
  1. clarissa

    bellissimo post, lo sento molto molto vicino a me avendo vissuto in Colombia e avendo lavorando con ragazzi di strada.
    Action aid è un’associazione che realizza tante belle cose, potrebbe essere un’idea per i prossimi regali di Natale.

    Io mi farò sicuramente questo bel regalo di Natale e adotterò un bambino a distanza 😀

  2. Hai ragione. I bambini dovrebbero essere bambini ed essere felici.
    Raffaella

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